(Roma, 03 agosto 2026). Mentre continuano gli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz e i pasdaran negano di avere chiesto a Trump lo stop ai bombardamenti, è prevista per oggi la ripresa dei negoziati indiretti fra iraniani e americani. Una situazione confusa e paradossale, che per il momento determina un solo effetto positivo: il crollo del prezzo del petrolio
Pessimismo e realismo si alternano a Washington nelle valutazioni dell’ennesimo go and stop, partire e bloccarsi, di Donald Trump che all’ultimo minuto ha revocato l’ordine di scatenare una nuova devastante offensiva contro l’Iran.
Per il Wall Street Journal, dietro le quinte i Paesi del Golfo sono frustrati dalla mancanza di strategia chiara da parte degli Stati Uniti, mentre gli scontri con gli iraniani si protraggono a singhiozzo e loro sono esposti alle ritorsioni di Teheran.
Al contrario dell’Arabia Saudita, del Qatar e del Kuwait, che hanno insistito con Trump per una de-escalation, gli Emirati Arabi Uniti hanno invece sollecitato la Casa Bianca ad intraprendere azioni più decise contro l’Iran. Secondo fonti di intelligence, inoltre, il potente Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche che avrebbe preso il sopravvento a Teheran, è consapevole della vulnerabilità politica di Trump e sta valutando come sfruttarla.
Qualora la diplomazia imponesse loro degli ultimatum, i pasdaran, scrive il Wall Street Journal, potrebbero decidere attacchi preventivi anche in assenza di raid da parte degli Stati Uniti.
Secondo l’analisi dell’intelligence, anche se i moderati che fanno capo al presidente Masoud Pezeshkian e al ministro degli Esteri Abbas Araghchi continuano a trattare, il regime degli ayatollah non scenderà a compromessi finché gli Stati Uniti non intensificheranno le ostilità, non prenderanno il controllo dello stretto di Hormuz e non valuteranno operazioni di terra.
Indeciso a tutto, Trump sta temporeggiando fra la reazione negativa dell’opinione pubblica americana e la tesi saudita sulle conseguenze che un’offensiva su vasta scala potrebbe provocare, a partire dai bombardamenti che gli iraniani potrebbero compiere sugli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo.
Tutti i sondaggi mostrano infatti come il conflitto con l’Iran sia profondamente impopolare negli Stati Uniti e avrà pesanti ripercussioni alle elezioni di medio termine di novembre.
Dai mercati, ai signori del petrolio, ai consumatori americani, tutti insomma, preferiscono la stabilità a tutto il resto.
Un inquietante “tutto il resto” rappresentato dall’incubo della bomba atomica in mano al regime terroristico della Repubblica Islamica dell’Iran.
Di Gianfranco D’Anna. (Formiche.net)