(Roma, 02 ottobre 2026). Il Pentagono non ha invitato Francia, Italia, Regno Unito e Paesi Baltici al prossimo incontro sul futuro della NATO in Polonia
Tre dei maggiori Paesi contributori al pilastro europeo della NATO sono stati esclusi da parte del Pentagono dal prossimo incontro sul futuro dell’Alleanza Atlantica. L’amministrazione Trump ha infatti messo da parte Francia, Regno Unito, Italia e Paesi Baltici da un vertice tra i membri della NATO previsto per il mese prossimo in Polonia promosso da Elbridge Colby, responsabile delle politiche del Pentagono. Per il momento, né la Casa Bianca né la Difesa USA hanno espresso chiarimenti o commenti sulla vicenda. Un funzionario di un Paese escluso ha riferito a Politico che “stiamo facendo tutto ciò che ci viene chiesto. Cerchiamo di capire quali siano i criteri e lo scopo di questi incontri. Finora non ci è stato comunicato granché”.
Colby ha già tenuto due incontri analoghi con i Paesi invitati: Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia, Germania e Paesi Bassi. I protagonisti coinvolti nell’incontro — noto come formato Gruppo di Bergen — insistono sul fatto che l’iniziativa non mira a spaccare l’Alleanza, come affermato da un diplomatico di una delle nazioni invitate che, come altri, ha ottenuto l’anonimato per discutere di questioni interne. Il gruppo intende invece elaborare idee da sottoporre all’intera Alleanza per ulteriori verifiche e approfondimenti. “Questo può essere un motore di trasformazione” per l’intera NATO, ha affermato l’anonimo diplomatico, ma è difficile pensare a una trasformazione senza tre Paesi fondamentali per la sicurezza dell’Alleanza che hanno speso risorse – umane e materiali – in anni di missioni.
È anche difficile non pensare che questa decisione dell’amministrazione Trump non sia legata alla “lista dei buoni e dei cattivi” che sarebbe stata elaborata ad aprile per colpire chi non si stava adeguando alle volontà del presidente degli Stati Uniti. Sappiamo poi che l’esecutivo statunitense sta guardando alla NATO come a un ente scomodo, “un’organizzazione per la quale spendiamo centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere proprio questi Paesi — come una strada a senso unico: noi li proteggiamo, ma loro non fanno nulla per noi, soprattutto nel momento del bisogno”, come ha riferito lo stesso Trump all’inizio di quest’anno.
A chi meno, a chi più
Del resto i segnali di un ridimensionamento della politica statunitense verso l’Europa ci sono tutti: il ritiro delle truppe dalla Germania, quello dalla Romania, la prevista riduzione di forze aeree e navali tra cui anche la fine delle missioni di rotazione della Bomber Task Force – Europe, ovvero le missioni in Europa di dispiegamento dei bombardieri strategici dell’U.S. Air Force come rinforzo e impegno nella deterrenza nucleare. Come abbiamo visto, però, alcuni Paesi vedranno un maggiore dispiegamento di forze USA: la Polonia è in trattativa per aprire una base che potrebbe ospitare sino a 10mila soldati e Lituania ed Estonia vedranno ciascuna un reggimento di militari USA sul proprio territorio a rotazione a partire dalla fine di quest’anno. La Danimarca, che era stata messa nel mirino da Washington per la Groenlandia, sembra essere tornata tra “i buoni” dopo gli accordi raggiunti per aumentare la presenza militare statunitense nella grande isola artica che fa da bastione settentrionale per l’Alleanza Atlantica, e che rappresenta la sponda Nord del passaggio obbligato marittimo per la flotta russa basata a Murmansk/Severomorsk. Forse proprio per questo, come rende noto la fonte di Politico, Copenhagen sarebbe stata ammessa al futuro vertice polacco.
Colby, promotore dell’iniziativa, ha tenuto un primo incontro di questo tipo a Bergen, in Norvegia, lo scorso giugno, invitando i sei alleati prescelti. “Alleati della NATO che stanno rapidamente rispettando gli impegni di spesa dell’Aia, che hanno le dimensioni adatte per contribuire e che sono pronti a passare alla fase operativa”, aveva scritto sui social media dopo l’incontro. Intervenendo questo mese a una conferenza a Washington, ha osservato che “l’idea è quella di trascinare l’intera Alleanza”, aggiungendo che ne risulterà “una NATO migliore, più forte e più solida”, capace di offrire all’Europa maggiori capacità militari.
Dividere i membri dell’Alleanza in “buoni e cattivi”, premiando “i buoni”, non è però una buona idea: la sicurezza del continente europeo non è un affare ristretto a Paesi che rispettano i termini prefissati – o comprano le armi statunitensi – ma non hanno lo stesso peso militare ed economico di altri più grandi che hanno da decenni contribuito alla NATO.
Questa marcata politica transazionale statunitense, una politica che fondamentalmente si può riassumere in “do ut des”, è pericolosa perché poco lungimirante e produce alienazione e diffidenza verso gli Stati Uniti. La NATO non si “spaccherà” per colpa di quest’amministrazione USA che la divide in “buoni e cattivi”, perché i meccanismi di difesa europei sono profondamente interdipendenti, ma il risultato finale potrebbe facilmente essere – nel prossimo futuro – l’accelerazione sulla via dell’autonomia strategica europea che passa proprio attraverso lo strumento Difesa. Il rovescio della medaglia, nell’attuale situazione internazionale in Europa, è la possibilità che la Russia possa approfittare di questa postura della Casa Bianca verso i suoi alleati europei per testare la solidità e la risposta dell’Alleanza con qualche azione “sotto soglia” di livello più alto rispetto a quanto abbiamo assistito in questi anni.
Di Paolo Mauri. (Inside Over)