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Israele continua la sua «guerra nella guerra» in Siria

(Roma, 11 novembre 2021). La “guerra nella guerra” – come chiamano il conflitto tra Iran e Israele che si combatte all’interno della guerra in Siria – non si ferma. Nella notte tra l’8 e il 9 novembre i media siriani, confermati anche da alcuni analisti israeliani, hanno parlato di un nuovo raid dell’aviazione della Stella di Davide. Secondo i media ufficiali di Damasco, la maggior parte dei missili sarebbe stata abbattuta. Qualche altro missile invece sembra sia caduto tra Homs e Tartus, causando il ferimento di due soldati siriani e “danni materiali”.

Israele, come accade praticamente sempre dall’inizio della guerra, non conferma né smentisce. Una tattica che contraddistingue le Israel Defense Forces da quando ha avviato le sue operazioni in Iraq e Siria e che serve soprattutto a due scopi: evitare di riconoscere responsabilità e allo stesso tempo incutere timore all’avversario. Nessuno sa quando e come colpirà l’aviazione di Israele, ma tutti si sentono potenziali obiettivi di questi raid che spaziano dalle aree meridionali della Siria fino ad addentrarsi ai limiti del territorio iracheno.

Il ruolo ambiguo della Russia

In queste ultime settimane, gli attacchi chirurgici e silenziosi da parte dei comandi israeliani stanno aumentando. Pochi giorni fa, a lanciare l’allarme era stato lo stesso ambasciatore russo a Damasco, Aleksandr Efimov, il quale, come riporta Nova, aveva già espresso le sue rimostranze in un’intervista all’agenzia di stampa russa Tass. Il delegato di Mosca ha fatto capire che questi raid, in particolare quelli compiuti nei pressi della capitale, mettono a rischio il traffico aereo civile e ha auspicato una normalizzazione della Siria anche per sostenere il governo nella sua attività di antiterrorismo. Parole che sottolineano l’interesse russo per il Paese, ma che non spiegano tutto. Perché le mosse del Cremlino, in questa fase, appaiono molto meno nette rispetto a qualche anno fa, quando la guerra imperversava e Mosca non aveva voglia di difendersi anche dai raid israeliani.

Come spiega Amos Harel per il quotidiano israeliano Haaretz, inizia a essere abbastanza chiaro agli occhi degli osservatori che la Russia non è più preoccupata dai bombardamenti dello Stato ebraico in Siria. Vladimir Putin ha incontrato il primo ministro Naftali Bennett a Sochi ed è molto probabile che i due leader abbiano discusso anche delle operazioni di Israele in Siria. Quello che importa ai comandi di Gerusalemme è colpire le forze iraniane in Siria interrompendo il flusso di armi e uomini che lega la cosiddetta Mezzaluna sciita, quel cordone strategico che va dall’Iran al Libano, sponda Hezbollah. Il Cremlino sembra abbia ricevuto garanzie da parte israeliana che i suoi uomini e le sue basi non saranno messe in pericolo. E adesso la diplomazia sotterranea israeliana ma anche araba punta soprattutto sul fatto che a Bashar al Assad convenga evitare un abbraccio troppo stretto da parte dell’Iran, spiegando che è solo quello – di fatto – il motivo di questi continui attacchi.

Gli Usa si rassegano ad Assad

Per Israele l’arma dei raid è un modo anche per mettere sotto pressione Teheran dopo mesi in cui i negoziati sul programma nucleare iraniano assistono a pesanti rallentamenti. Gli Stati Uniti al momento non sembra particolarmente interessanti allo scenario siriano, ma il fatto che la base di Al Tanf sia stata oggetto di un attacco con droni e missili sembra avere riacceso i riflettori anche di Washington, preoccupata dalla eccessiva “normalizzazione” di Assad nel panorama internazionale. Il portavoce del dipartimento di Stato, Ned Price, ha condannato la visita del ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti a Damasco esprimendo “preoccupazione per le ricostruzioni circa questo incontro e il segnale che invia”. “Questa amministrazione non esprimerà alcun sostegno agli sforzi per normalizzare o riabilitare Bashar al Assad, che è un brutale dittatore”, ha detto Price. Ma il messaggio arrivato da Abu Dhabi a questo punto è chiarissimo: Assad, dopo che Mosca ha evitato la sua caduta, rimane il leader della Siria. E per quanto l’auspicio del cambio di regime sia sempre sul tavolo del dipartimento di Stato, è evidente che dopo dieci anni di sangue, il potere a Damasco sia ancora nelle mani del clan alauita. Pur con tutti gli sponsor internazionali e la lunga mano del Cremlino.

Israele in questo può essere fondamentale. Se le operazioni in territorio siriano iniziano a essere sempre meno pericolose per Mosca e se il piano è quello di aumentare gli strike contro gli iraniani per far sì che Teheran accetti un accordo sul nucleare (mettendo in sicurezza il confine con il Libano), la guerra in Siria cambierebbe ulteriormente. E la “guerra nella guerra” potrebbe scivolare dalle mani degli Stati Uniti per essere gestita soprattutto sul piano regionale.

Di Lorenzo Vita. (Il Giornale/Inside Over)

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