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Gli Stati Uniti e la guerra contro l’Iran : caro Trump, dovevi leggere bene la Dottrina Powell…

(Roma, 28 agosto 2026). L’amministrazione Trump, in Iran, per la prima volta non ha seguito nessun punto della « Dottrina Powell » affidandosi solo sul potere aereo

Nel suo libro di memorie del 1995, My American Journey, Colin Powell scrisse: “Molti della mia generazione, i capitani, i maggiori e i tenenti colonnelli di carriera con esperienza nella guerra del Vietnam, giurarono che, quando sarebbe arrivato il nostro turno di prendere le decisioni, non avremmo acconsentito passivamente a una guerra condotta con poca convinzione per ragioni superficiali che il popolo americano non avrebbe potuto comprendere”. Questo è precisamente il tipo di guerra che il presidente Donald Trump ha intrapreso in Iran, e finora il Congresso statunitense ha acconsentito in silenzio, nonostante la popolazione, all’avvio dell’operazione Epic Fury, fosse d’accordo per solo il 35%.

Quando in seguito Powell ricoprì la carica di Segretario di Stato durante l’amministrazione di George W. Bush, l’ex generale che fu Capo di stato maggiore della difesa statunitense ebbe un ruolo determinante nella pianificazione e nell’esecuzione delle guerre in Afghanistan e in Iraq, nessuna delle quali soddisfaceva questo assunto e che nemmeno si attenevano a quella che venne denominata Dottrina Powell.

La Dottrina Powell rimane il metodo migliore per i presidenti degli Stati Uniti per decidere perché e come entrare in guerra, e sebbene l’influenza di questa dottrina abbia iniziato a diminuire da tempo, nessuna amministrazione l’ha mai veramente ripudiata, almeno fino al secondo mandato del presidente Trump. A onor del vero, Powell non fu esattamente il formulatore dell’omonima dottrina: nel 1984, Caspar Weinberger, Segretario della Difesa dell’amministrazione Reagan, dichiarò che qualsiasi piano di impiego della forza militare avrebbe dovuto superare sei punti: gli interessi nazionali vitali dovevano essere in gioco; Washington doveva essere disposta a impegnare le risorse necessarie per ottenere la vittoria; i responsabili politici dovevano avere obiettivi politico/militari chiaramente definiti; i politici dovevano inoltre essere disposti a rivalutare continuamente gli schieramenti e le spese al variare delle condizioni (e persino dei loro obiettivi); dovevano ottenere il sostegno del popolo americano e del Congresso attraverso la franchezza e la consultazione; infine, l’impiego delle forze statunitensi in combattimento dovrebbe essere l’ultima risorsa. Powell aggiunse alla lista due ulteriori punti, frutto della sua esperienza di guerra: una chiara strategia di uscita e il sostegno internazionale.

Possibilmente, l’attuale conflitto nel Golfo Persico ha disatteso e non considerato tutti i punti qui elencati.

Powell voleva garantire che la forza militare fosse impiegata raramente e che, quando ciò accadeva, fosse parte di una strategia che integrasse altri elementi del potere nazionale. Il presidente Trump ha completamente ignorato questa prassi, a cominciare dagli obiettivi dell’operazione Epic Fury che sono stati più volte cambiati e che, in ultima analisi, apparivano fumosi e inconsistenti nel loro insieme: affermare di voler “distruggere” i loro missili”, di “radere al suolo la loro industria missilistica” di “annientare la loro marina” e di fare in modo che “i gruppi terroristici [dell’Iran] non possano più destabilizzare la regione o il mondo e attaccare le nostre forze” insieme a voler evitare che l’Iran possa ottenere un’arma nucleare, è un proclama buono esclusivamente per la propaganda elettorale, ma che purtroppo non si è tradotto in una serie di obiettivi strategici.

Obiettivi che, in ogni caso, non potevano essere ottenuti esclusivamente con una campagna aerea. Probabilmente, la decisione di non impiegare truppe sul campo è stata presa per tenere fede proprio al programma elettorale trumpiano e ha avuto un appiglio nell’esito della campagna aerea nei Balcani del 1999, che ha portato al ritiro delle forze serbe dal Kosovo e all’arrivo nella regione della forze NATO della KFOR, ovvero esattamente gli obiettivi che si era prefissata l’Alleanza Atlantica per quell’operazione militare. L’Iran, però, non è la Serbia del 1999 – pressoché isolata diplomaticamente – e non è nemmeno l’Iraq di Saddam Hussein del 2003 dove il regime rappresentava una parte etnico-religiosa minoritaria del Paese. Teheran ha preparato uno scenario simile – ovvero una lunga serie di incursioni dall’aria – da decenni: le sue forze missilistiche e buona parte delle sue infrastrutture nucleari sono sotterranee e, come ha evidenziato la valutazione dei danni statunitense, sono rimaste in buona parte intatte.

Un fallimento annunciato

Tralasciando i risvolti politici di questa operazione militare, per la quale agli amici e ai nemici degli USA è stato ricordato che gli alleati degli Stati Uniti non possono avere la certezza che i loro interessi saranno tutelati durante una guerra, né che Washington li consulterà prima di decidere di ricorrere alla forza, e tralasciando i risvolti sul consumo delle risorse belliche statunitensi, la guerra nel Golfo Persico manca di una strategia di uscita in modo così evidente che la Casa Bianca è stata costretta a minacciare l’elevazione di eccezionali sanzioni internazionali, ovvero un passo che avrebbe dovuto effettuare prima dell’avvio delle operazioni militari.

Del resto, non poteva essere altrimenti stanti le premesse: la sola campagna aerea sarebbe stata fallimentare anche avendo il fine di un possibile sovvertimento del regime di Teheran, data la natura stessa del potere politico in Iran, gestito in modo pervasivo e ridondante dalle Guardie della Rivoluzione, le quali – per inciso – rappresentano ora la linea dura della diplomazia iraniana.

La Dottrina Powell, che comunque non è stata rispettata dall’esecutivo USA, non può essere applicata per la gestione di una guerra che utilizzi solo ed esclusivamente il potere aereo qualora uno Stato sia sufficientemente resiliente e faccia ricorso a una dottrina asimmetrica per portare la propria offesa: gli attacchi statunitensi post cessate il fuoco estesi fino a comprendere le infrastrutture civili iraniane, hanno solo provocato un’escalation degli attacchi iraniani contro impianti energetici e di desalinizzazione in altri Paesi della regione.

Bisogna però precisare che ritenere di usare la forza militare solo come ultima ratio, quindi separandola dall’ambito diplomatico, indebolisce quest’ultimo rendendo l’utilizzo della prima più probabile e meno efficace se si parte dal presupposto – a volte fallace – di voler utilizzare solo il potere aereo. Un esempio in tal senso viene sempre dal teatro iraniano, ma risale al 2025: la breve campagna aerea, che ha visto l’intervento statunitense a fianco di Israele con assetti strategici, sebbene abbia di fatto ritardato il programma nucleare di Teheran solo di uno o due anni ha comunque mantenuto un canale diplomatico aperto, mentre in quest’ultimo scenario le operazioni aeree non hanno portato Teheran a un tavolo di trattative stabile e hanno provocato una reazione del regime utilizzante tutte le sue risorse asimmetriche, come la chiusura dello Stretto di Hormuz.

In ultima analisi, la Dottrina Powell non può essere seguita strettamente per un’operazione esclusivamente aerea ma necessita, a seconda dell’avversario, di una serie di misure tra cui la presenza di forze sul campo, la pressione diplomatica da stabilirsi con gli alleati/partner/comunità internazionale e quella economica.

Di Paolo Mauri. (Inside Over)

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