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Che cosa può succedere se la guerra preventiva la fa l’Iran

(Roma, 27 agosto 2026). L’Iran minaccia di rivolgere contro gli Usa la teoria della «guerra preventiva», elevata a dottrina degli Stati Uniti dopo l’11 settembre

Le dichiarazioni del viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi non costituiscono soltanto una minaccia. Segnalano un possibile cambiamento nella dottrina strategica della Repubblica islamica. L’Iran non si limiterebbe più a promettere una risposta dopo un attacco, ma rivendicherebbe il diritto di colpire preventivamente gli interessi americani qualora ritenesse minacciata la propria esistenza. La domanda posta da Gharibabadi è semplice: perché Teheran dovrebbe attendere passivamente il primo colpo degli Stati Uniti? Ma è proprio questa semplicità a renderla pericolosa. Se ogni Stato potesse attaccare sulla base della propria valutazione delle intenzioni altrui, la distinzione tra aggressione e autodifesa diventerebbe quasi impossibile.

L’aspetto più imbarazzante per Washington è che questa teoria non è stata inventata dall’Iran. Fu elevata a dottrina ufficiale dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

L’eredità della dottrina Bush

Nel discorso pronunciato a West Point il 1º giugno 2002, George W. Bush sostenne che la deterrenza e il contenimento non erano più sufficienti contro organizzazioni terroristiche e Stati accusati di sviluppare armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti, affermò, dovevano essere pronti ad agire prima che la minaccia si concretizzasse.

Il principio venne inserito pochi mesi dopo nella Strategia per la sicurezza nazionale. Il documento sosteneva che, quanto maggiore fosse il pericolo, tanto più grave sarebbe stato il rischio dell’inazione, anche quando fossero rimaste incertezze sul momento e sul luogo dell’eventuale attacco nemico. Gli Stati Uniti si riservavano quindi la facoltà di colpire per primi.

La formulazione utilizzava il concetto di azione anticipatrice, ma introduceva in realtà una concezione assai più estesa: non colpire un nemico che sta per attaccare, bensì distruggere oggi una capacità che potrebbe diventare pericolosa domani.

La guerra contro l’Iraq del 2003 fu l’applicazione più evidente di questa dottrina. Saddam Hussein venne accusato di possedere armi di distruzione di massa, di poterle fornire a gruppi terroristici e di rappresentare un pericolo destinato ad aumentare con il tempo. L’attacco non rispose a un’offensiva irachena imminente: mirò a eliminare una minaccia futura ipotizzata dall’apparato politico e informativo americano.

Le armi annunciate non furono trovate. Il regime iracheno venne abbattuto, ma il Paese precipitò nell’occupazione, nella guerra civile e nell’espansione del terrorismo jihadista. Paradossalmente, la distruzione dell’Iraq baathista eliminò anche il principale contrappeso arabo all’Iran, rafforzando proprio la potenza che Washington voleva contenere.

Anticipare non significa prevenire

Dal punto di vista giuridico, la distinzione è fondamentale. Un’azione anticipatrice può essere invocata quando l’attacco avversario appare imminente, inevitabile e chiaramente preparato. Una guerra preventiva viene invece iniziata contro una minaccia possibile, ma non immediata: uno Stato viene colpito perché potrebbe diventare più forte o più pericoloso in futuro.

L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il diritto all’autodifesa quando si verifica un attacco armato. Una parte della dottrina ammette una reazione anticipatrice soltanto davanti a una necessità urgente, tale da non lasciare alternative né tempo per ulteriori decisioni. Non autorizza automaticamente una guerra fondata su sospetti, intenzioni attribuite o scenari di lungo periodo.

La dottrina americana del 2002 cercò di adattare queste regole a minacce terroristiche e nucleari difficili da individuare in anticipo. Ma così facendo aprì un varco: se Washington poteva stabilire autonomamente quando un pericolo futuro giustificasse la forza, anche le altre potenze avrebbero potuto rivendicare lo stesso diritto. Ed è esattamente ciò che oggi fa Teheran.

Quali interessi americani potrebbe colpire l’Iran

La dichiarazione di Gharibabadi non annuncia necessariamente un attacco diretto al territorio degli Stati Uniti. L’espressione «interessi americani» comprende un’area molto più vasta: basi militari nel Golfo, navi, strutture logistiche, reti informatiche, alleati regionali e infrastrutture energetiche considerate funzionali alla pressione contro l’Iran.

La strategia iraniana ha tradizionalmente privilegiato la risposta indiretta, la dispersione delle responsabilità e l’impiego di forze alleate regionali. L’adozione di una dottrina preventiva potrebbe però ridurre la distanza tra deterrenza e attacco. Un movimento navale americano, il rafforzamento di una base o l’arrivo di bombardieri potrebbero essere interpretati da Teheran come preparativi offensivi e dunque come giustificazione per colpire.

Sotto il profilo militare, l’Iran dispone di missili, droni, mine navali e capacità informatiche sufficienti a danneggiare obiettivi americani nella regione. Non può sconfiggere gli Stati Uniti in una guerra convenzionale, ma può aumentare enormemente i costi del conflitto, minacciare le rotte energetiche e costringere Washington a difendere una rete molto estesa di installazioni.

Petrolio, traffici marittimi e guerra economica

Una guerra preventiva iraniana avrebbe conseguenze immediate sull’economia mondiale. Anche un attacco limitato contro basi o navi americane potrebbe provocare rappresaglie sui siti missilistici, nucleari ed energetici dell’Iran. Il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz tornerebbero al centro dello scontro.

L’aumento dei premi assicurativi, la deviazione delle petroliere e il rischio di interruzioni delle esportazioni farebbero salire i prezzi dell’energia. I Paesi europei e asiatici importatori di petrolio pagherebbero una parte considerevole del costo, mentre produttori esterni al Golfo potrebbero trarre vantaggio dall’aumento delle quotazioni.

Teheran potrebbe inoltre considerare le sanzioni, il blocco finanziario e gli attacchi alle proprie esportazioni come componenti di una guerra già in corso. In questa prospettiva, un’azione contro gli interessi americani verrebbe presentata non come inizio delle ostilità, ma come risposta anticipata a un’aggressione economica e militare permanente.

Il precedente che diventa una trappola

Gli Stati Uniti elaborarono la guerra preventiva quando erano la potenza dominante e pensavano di poter conservare per sé il diritto di stabilire quali minacce dovessero essere eliminate. Ma una dottrina internazionale non rimane proprietà esclusiva di chi la formula.

La Russia può invocarla contro i propri vicini, Israele contro l’Iran, l’Iran contro le installazioni americane e qualsiasi potenza regionale contro un avversario giudicato pericoloso. Il risultato non è un ordine fondato sulla sicurezza, ma un sistema nel quale ogni mobilitazione può essere interpretata come motivo per attaccare per primi.

Gharibabadi sta dunque usando contro Washington il linguaggio creato da Washington. La sua dichiarazione non rende legittima una guerra preventiva iraniana. Dimostra però quanto sia difficile condannare negli avversari un principio che gli Stati Uniti hanno trasformato, ventiquattro anni fa, in una dottrina di governo e in una guerra dalle conseguenze ancora visibili.

Di Giuseppe Gagliano. (Inside Over)

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