(Roma, 26 aprile 2026). Gli Emirati hanno aperto colloqui per ottenere una rete di sicurezza finanziaria, fino a evocarela possibilità di vendere petrolio in yuan.
C’è una lezione che torna sempre nelle crisi internazionali: gli imperi credono di esportare sicurezza e finiscono per importare instabilità. È esattamente quello che sta accadendo nel Golfo. Secondo il Wall Street Journal, gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto colloqui con Washington per ottenere una rete di sicurezza finanziaria, fino a evocare, in caso di grave carenza di dollari, la possibilità di vendere petrolio in yuan o in altre valute. Non è ancora una rottura del sistema del petrodollaro, ma è già qualcosa di più di un malumore: è un avvertimento strategico.
Il punto non è solo monetario. Il dirham è ancorato al dollaro e la stessa banca centrale emiratina ricorda che interviene per mantenerne la stabilità. Ma proprio questo legame, in un contesto di guerra regionale, trasforma la dipendenza dal dollaro in una vulnerabilità. Se i flussi petroliferi si interrompono, se i mercati diventano più nervosi, se aumenta la fuga di capitali, l’ancoraggio che in tempi normali garantisce stabilità può diventare una camicia di forza. Ed è per questo che Abu Dhabi ha sondato l’idea di una linea di swap o comunque di un sostegno straordinario da parte americana.
Il conto della guerra non lo vogliono pagare gli alleati del Golfo
Qui emerge il vero nodo geopolitico. Washington sembra aver pensato di poter replicare nel Golfo un modello già sperimentato altrove: dirigere l’escalation, scaricare una parte significativa dei costi sugli alleati, e mantenere il controllo politico della coalizione. Ma il Golfo non è l’Europa. Gli Emirati, come altre monarchie arabe, ragionano in termini di sopravvivenza del regime, protezione dei capitali, continuità dei commerci, reputazione finanziaria. Se la guerra contro l’Iran mette in pericolo questi pilastri, allora l’alleanza con gli Stati Uniti smette di essere una garanzia e diventa un fattore di rischio.
Da questo punto di vista, la minaccia implicita sullo yuan è formidabile. Non perché gli Emirati vogliano davvero smantellare domani il predominio del dollaro, ma perché segnalano agli americani che l’ordine monetario non è intoccabile. Se gli Stati Uniti non sono più in grado di proteggere contemporaneamente sicurezza militare, rotte energetiche e liquidità in dollari, allora i loro partner iniziano a pensare ad alternative. È così che nascono le vere crepe sistemiche: non con un gesto clamoroso, ma con una serie di messaggi prudenti, tecnici, apparentemente reversibili.
Le basi americane da scudo a bersaglio
Il secondo elemento, ancora più significativo, è politico-militare. Abdulkhaleq Abdulla, figura vicina agli ambienti di potere emiratini, ha sostenuto pubblicamente che le basi americane nel Paese sono diventate un peso più che una risorsa strategica. La frase è troppo netta per essere liquidata come semplice opinione personale. Riflette un sentimento crescente: in una guerra regionale, la presenza militare americana non protegge necessariamente il paese ospitante, ma può trasformarlo in bersaglio.
È il paradosso di tutte le architetture di sicurezza costruite dagli Stati Uniti nel Medio Oriente. Finché il rischio è contenuto, le basi appaiono come una garanzia. Quando invece il confronto si allarga, quelle stesse installazioni diventano magneti per la rappresaglia. L’alleato si accorge allora di ospitare non tanto una protezione quanto una potenziale calamita di attacchi. E in paesi come gli Emirati, dove la credibilità internazionale si misura anche sulla capacità di restare piattaforma commerciale, turistica e finanziaria, questo costo pesa enormemente più che altrove.
Valutazione strategica e geoeconomica
Sul piano strategico, la guerra produce dunque un effetto contrario a quello desiderato da Washington: invece di consolidare il sistema di alleanze, ne mette in luce la fragilità. Sul piano geoeconomico, incrina il nesso tra petrolio, dollaro e sicurezza americana che ha sorretto per decenni il Golfo. Gli Emirati non stanno ancora rompendo con gli Stati Uniti, ma stanno dicendo una cosa molto precisa: se la protezione americana ci espone a shock finanziari, missili e perdita di competitività, allora il prezzo dell’alleanza va rinegoziato.
Ed ecco l’eterogenesi dei fini. Una guerra pensata anche per riaffermare la centralità americana nel Medio Oriente rischia invece di accelerare la riflessione dei partner arabi su vie di fuga monetarie, diplomatiche e strategiche. Non siamo ancora alla fine del petrodollaro, ma siamo davanti a qualcosa di più interessante: alla politicizzazione della sua fragilità. E quando anche gli Emirati, cioè uno dei nodi più sofisticati della finanza del Golfo, cominciano a farlo capire apertamente, significa che il problema non è più teorico. È entrato nella stanza dei bottoni.
Di Giuseppe Gagliano. (Inside Over)