(Roma, 28 febbraio 2026). L’Iran arriva a una sfida attesa da 47 anni nel peggior stato di salute possibile, subisce l’assalto israelo-americano che mira alla decapitazione del suo regime poche settimane dopo le proteste che hanno mostrato l’enorme fragilità sociale e politica del Paese e mostrato le marcescenze della Repubblica Islamica e del suo sistema di potere duale, guidato dall’Ayatollah Ali Khamenei e dal presidente Masoud Pezeshkian.
L’attacco di Washington e Tel Aviv a Teheran, Qom, Isfahan e gli altri principali avrebbe avuto nel mirino anche lo stesso Pezeshkian, che l’Iran ha ribadito essere vivo e al comando delle operazioni di risposta, mentre sui canali social impazzano notizie non confermate, come quella dell’uccisione del capo di Stato Maggiore delle forze armate di Teheran Abdolrahim Mousavi. Lo scenario delle prime ore e giornate di conflitto sarà decisivo per capire se la Repubblica Islamica può sostenere uno scenario di guerra su larga scala ancora più vasto di quello affrontato a giugno 2025 contro Israele, se il regime mantiene apparati di comando e coordinamento capaci di mantenerlo con una dignitosa capacità di reazione e se le infiltrazioni israeliano-americane hanno profondità strategica.
Per ora l’evidenza sembra mista: in Iran la reazione è tardata a sdoganarsi, gli allarmi antiaerei non sono in alcuni casi suonati e il fatto che Usa e Israele abbiano colpito in pieno giorno mostra la capacità di dominio aereo di Washington e Tel Aviv. Parimenti, non si hanno per ora notizie di estese campagne di eliminazione di ufficiali iraniani come quelle andate in scena a giugno, e che in poche ore decapitarono i vertici militari e della ricerca nucleare, ma bisogna aspettare per capire se Teheran ha tratto le lezioni della guerra dei dodici giorni. Probabilmente la scelta di colpire alle prime ore del giorno risponde anche alla necessità di trovare i bersagli nelle loro zone di operazione in una giornata di attività e lavoro in Iran, e scatenare il maggior caos possibile.
Donald Trump ha detto esplicitamente, anche gli Usa mirano al regime change, mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rincarato la dose, scrivendo su X che “è giunto il momento che tutte le componenti del popolo iraniano — persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi — si liberino dal giogo della tirannia e creino un Iran libero e in cerca di pace”, paventando quello scenario di collasso e compartimentazione dell’Iran tramite guerra civile che è da tempo un sogno dei decisori strategici di Tel Aviv e chiude un cerchio lungo trent’anni.
Nell’ormai lontano 1996 quando il leader del Likud, che aveva varato in Israele il suo primo esecutivo, discusse con i falchi interventisti Usa documento strategico A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm, realizzato da un team di ricercatori neoconservatori guidato dal politologo Richard Perle che avrebbero servito nell’amministrazione di George W. Bush nei primi Anni Duemila, e che forniva le direttrici per far crollare i regimi nemici e consegnare a Usa e Israele le chiavi della regione. Erano le premesse di una strategia di regime change che avrebbe sempre visto nell’Iran il bersaglio principale. E che sarebbe passata anche per l’idea di spacchettare la nazione di taglia imperiale, multietnica e multiculturale, soffiando sul fuoco dei nazionalismi interni. Dai pensatoi alla politica: arriva anche il fuoco del separatismo a rischiare di corrodere l’Iran sotto le bombe, reduce dalla prova di debolezza interna delle proteste e con una leadership spesso estraniata dalla realtà. L’ora più buia del regime è qui. Il momento atteso da 47 anni: la guerra esistenziale per il futuro della Repubblica Islamica. Non è detto che sarà un contesto limitato all’Iran quello animato dalle bombe di Washington e Tel Aviv. Specie se l’Iran percepisse la natura esistenziale della sfida.
Di Andrea Muratore. (Inside Over)