(Roma, 11 settembre 2026). Erano manager e professionisti della finanza abituati a misurare il successo in carriera e denaro. 25 anni sopravvissero al crollo delle Torri, ma persero un collega e amico. Per alcuni, quella tragedia segnò la fine di una vita costruita intorno a carriera e denaro
Erano uomini e donne di Wall Street. Manager, professionisti della finanza, persone abituate a misurare il successo in carriera, responsabilità e denaro. La mattona dell’11 settembre uscirono vivi dalla Torre Sud del World Trade Center. Tutti tranne uno. Un amico con cui andavano a bere la sera dopo il lavoro. Un collega con cui condividevano le interminabili giornate sugli indici di borsa. Tom Swift, si attardò per telefonare alla moglie e rimase indietro. Abbastanza indietro da restare in trappola.
Il cambio di vita dopo la tragedia dell’11 settembre
Da allora, per alcuni di loro, nulla è stato più come prima. Lolita Jackson era in riunione nella Torre Sud quando il primo aereo colpì la Torre Nord. Lei e i colleghi della Morgan Stanley ricevettero l’ordine di scendere nell’atrio. Jackson si avviò verso l’ascensore insieme a Swift, ma lui si fermò per telefonare alla moglie. « Ci vediamo giù », le disse. Fu l’ultima volta che lo vide. Per Jackson e gli altri componenti di quel gruppo di amici, la morte del collega diventò uno spartiacque. « Lavorare in queste società, guadagnare tutti quei soldi, forse non era tutto », racconta Jackson al Washington Post. La tragedia costrinse molti di loro a fare i conti con la domanda più semplice e più difficile: per che cosa vale davvero la pena spendere la propria vita?
Jackson lasciò la finanza. Aveva capito, disse, che pur apprezzando il proprio lavoro « non lo amavo abbastanza da morire ». Si dedicò al volontariato, alla musica jazz e poi al servizio pubblico, fino ad approdare all’ufficio del sindaco di New York, dove dopo l’uragano Sandy lavorò con le comunità colpite dalla perdita di familiari e abitazioni. L’esperienza dell’11 settembre, ha spiegato, le aveva insegnato a riconoscere la sofferenza degli altri.
Anche Doug Brown, un altro dipendente Morgan Stanley sopravvissuto agli attentati, cambiò rotta. Cominciò facendo volontariato come tutor di lettura per bambini delle scuole elementari. Quell’esperienza lo coinvolse al punto che qualche anno dopo abbandonò definitivamente la finanza per lavorare in organizzazioni non profit impegnate nell’alfabetizzazione.
Nancy Karole Kennedy aveva invece 39 anni ed era manager alla Morgan Stanley. Aveva cominciato come stagista e si era fatta strada in un ambiente nel quale, racconta, una donna sentiva di dover essere particolarmente dura. L’11 settembre cambiò anche questo. Rimase inizialmente in azienda perché sentiva di avere una responsabilità nei confronti dei colleghi più giovani, molti dei quali traumatizzati. Studiò tutto ciò che riusci’ a trovare sullo stress post-traumatico per cercare di aiutarli. Poi arrivò anche per lei il momento della svolta. Circa un anno dopo gli attentati inizio’ a fare volontariato per la Croce Rossa, intervenendo dopo incendi, alluvioni e uragani per allestire centri di accoglienza. In seguito lascio’ definitivamente la finanza, divenne dipendente dell’organizzazione e passo’ poi al settore della raccolta fondi per la cura e la ricerca sul cancro. Oggi è direttrice dello sviluppo di un centro oncologico della Hackensack Meridian Health. « Sono una persona più gentile di quanto fossi prima », racconta « Mi ha resa più compassionevole ».
Il motivo di quelle scelte
Dietro quelle scelte c’è anche ciò che gli psicologi definiscono « crescita post-traumatica »: la possibilità che un evento devastante, pur lasciando dolore e disturbi profondi, costringa a ricostruire le proprie convinzioni e a dare un significato diverso alla propria esistenza.
Tra le strade che possono aiutare, spiega lo psicologo Richard Tedeschi, c’è proprio quella di trovare un modo per essere utili agli altri. Per Jackson, Brown e Kennedy significò lasciare il mondo della finanza e mettere al centro della propria vita il servizio agli altri. Erano usciti dalle Torri correndo per salvarsi. Negli anni successivi hanno cercato, ciascuno a modo proprio, di tornare simbolicamente indietro: verso chi aveva bisogno di aiuto. « Volevo essere una persona che correva dentro invece di una persona che correva fuori », ha detto Kennedy. Una frase che, venticinque anni dopo, racconta forse meglio di ogni altra il senso delle loro nuove vite.
Di Ugo Bàrbara. (AGI)