(Roma, 22 luglio 2026). USA bilanciano Israele e Iran via Turchia e Arabia, rimodellando il Medio Oriente e l’area del Golfo Persico
Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, secondo il Wall Street Journal, hanno concluso un accordo triennale per potenziare la cooperazione in materia di energia nucleare. Si tratta di condivisione e trasferimenti tecnologici in materia di nucleare civile, ma quanto concluso dall’amministrazione di Donald Trump e dal governo del principe ereditario Mohammad bin Salman ha un effetto potenzialmente dirompente per la regione mediorientale: Riad potrebbe, se l’accordo sarà concluso, acquisire tecnologia americana e arricchire sul suo suolo l’uranio, in una mossa che riporta l’attenzione sul tema, potenziale, della proliferazione. Israele, ad esempio, guarda con apprensione all’accordo, dato che funzionari del governo di Tel Aviv hanno posto in essere grandi dubbi, parlando con la stampa americana, circa le potenziali ripercussioni militari di questi scenari.
Parimenti, l’amministrazione americana dovrà ora vedere cosa farà il Congresso di questo accordo, in una fase peraltro in cui l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato pone sotto scrutinio per le loro azioni tutti i membri della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei senatori. L’accordo è stato inseguito da molti anni da Riad, e Haaretz nota che il patto non include il principio del Gold Standard, una formula “che impedirebbe al regno di arricchire l’uranio e riprocessare il combustibile nucleare esaurito, entrambe potenziali vie per la produzione di armi nucleari”, a cui invece nel 2009 si conformarono gli Emirati Arabi Uniti aprendo alla costruzione della loro prima centrale nucleare.
Certamente l’interesse di Trump per il rafforzamento nucleare dell’Arabia Saudita si sposa con gli obiettivi economici del progetto Saudi Vision 2030 di bin Salman, che immagina un futuro per il regno oltre la dipendenza dell’economia dalla monocoltura di idrocarburi e una prima via per l’interesse americano per l’accordo con Riad è di matrice prettamente economica: gli Usa stanno esternalizzando nel Golfo una parte non secondaria della potenza di calcolo necessaria per sviluppare l’intelligenza artificiale e i Paesi della regione si sono detti interessati a rafforzare il loro ruolo nel settore.
La rivalità con gli Emirati
Gli Emirati corrono, l’Arabia Saudita non vuole essere da meno: il combinato disposto data center-centrali nucleari per l’alimentazione è un’ipotesi di studio non secondaria. Trasferire tecnologie critiche, in secondo luogo, è un modo per gli Usa per dimostrare che non stanno abbandonando il Golfo dopo che la guerra con l’Iran ha spesso mostrato sguarnite le petromonarchie arabe di fronte alla reazione regionale di Teheran. E più in generale Washington non può contare solo su Israele come alleato regionale: l’accordo con l’Arabia Saudita si inserisce sul solco dei rapporti calorosi dell’amministrazione Trump col Pakistan e dell’attenzione particolare data alla Turchia in una fase in cui il triangolo Riad-Ankara-Islamabad vuole stabilizzare un Medio Oriente in equilibrio tra gli Usa, l’assertività israeliana e il ruolo ambiguo e incerto dell’Iran.
Nei confronti di questi Paesi, gli Usa si sono dimostrati estremamente generosi nel Trump 2.0, ed è notevole sottolineare come al tempo stesso due linee rosse riguardino possibili accordi a cavallo tra commercio e sicurezza che, potenzialmente, potrebbero irritare Tel Aviv: gli F-35 alla Turchia da un lato, il nucleare a Riad dall’altro. L’accordo dovrà ora essere visto dal Congresso, che secondo le leggi Usa sul programma nucleare potrà potenzialmente bloccarlo con una maggioranza di due terzi. Al tempo stesso, mentre si riprende la dinamica conflittuale con l’Iran, avviata proprio dal dibattito sulla questione nucleare, è curioso sottolineare come Washington spinga contro la presunta minaccia di proliferazione di Teheran da un lato mentre, al contempo, apre le porte a uno sbarco della sua tecnologia atomica in un Paese alleato come l’Arabia Saudita.
La mossa può essere letta in diversi modi: attraverso il prisma del ruolo decisivo che i sauditi giocano nella strategia americana, come strumento di pressione contro le possibili intemperanze israeliane sul piano geopolitico, e al contempo come potenziale deterrenza da un lato e velata apertura dall’altro a un futuro accordo simile con l’Iran che ponga sotto tutela americana l’arricchimento tramite il trasferimento tecnologico. Non è da escludere che tutte queste dinamiche possano giocare un ruolo in una partita che mostra le nuove dinamiche di potere della regione.
Di Andrea Muratore. (Inside Over)