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Joseph Aoun alla Casa Bianca, l’incontro chiave per il futuro del Libano

(Roma, 18 luglio 2026). Il Presidente Aoun ripete da giorni che l’aiuto di Trump lo considera indispensabile, oltre che l’unico capace di fare pressioni su Israele. Il 21 luglio per un Paese come il Libano, diviso tra chi critica Aoun per la sua acquiescenza verso la Casa Bianca e chi critica Hezbollah per la sua acquiescenza verso l’Iran, sarà un giorno molto importante

C’è una data segnata in rosso sui calendari di Beirut. È quella del 21 luglio, quando il presidente libanese, l’ex comandante dell’esercito di Beirut, Joseph Aoun, giungerà alla Casa Bianca, per un colloquio a quattr’occhi con Donald Trump.

“L’America adesso ci ascolta. Il file libanese è sul tavolo del Presidente”. Le priorità sono evidenti; la vita e il futuro di 1 milione e 200mila profughi, i senza tetto, o senza tutto, la tutela e salvaguardia dell’unità nazionale, il diritto al ritorno nei propri villaggi della popolazione che è dovuta fuggire. Questo è il fardello che difficilmente il presidente Aoun non potrà sentire sulle sue spalle quando entrerà alla Casa Bianca.

L’attenzione di Donald Trump al Libano è confermata da una circostanza, il suo commento dopo il vertice di Ankara sul favore con cui vedrebbe un ritiro israeliano dal Libano meridionale e dal sud della Siria. Ora molti vedono dietro Trump e la linea che potrebbe prescegliere per il Libano quel suo amico influente e di origini libanesi, Tom Barrack, che dopo essere stato inviato speciale per il Libano ora si occupa di Turchia, Siria e Iraq, ma tiene sempre un occhio sul suo Paese d’origine. Barrack, considerato in buoni rapporti con il leader turco Erdogan, era alla Casa Bianca in occasione dell’incontro tra Trump e il nuovo premier iracheno Zaidi, che dopo il colloquio ha fatto filtrare la decisione di chiudere i rubinetti iracheni per Hezbollah. Una decisione che è stata accompagnata da un annuncio molto caro al governo siriano: la confisca ai confini con l’Iraq di un importante carico di armi diretto ad Hezbollah.

Come non notare che Trump è tornato a lodare il ruolo che il “suo amico” siriano, il Presidente ex jihadista Ahmad al-Sharaa, potrà svolgere contro Hezbollah. Sharaa ha più volte respinto le proposte trumpiane di intervenire militarmente in Libano, sarebbe un altro disastro. Ma se si mette tutto insieme si può supporre che qualcuno alla Casa Bianca potrebbe pensare che di Hezbollah ci si occupa meglio chiudendo i rubinetti dai Paesi che ne hanno consentito la crescita che con l’occupazione militare del sud del Libano.

La pressione politica in Libano e le misure nei Paesi circostanti danno un senso agli accadimenti e spiegano il rilievo attribuito da Aoun al suo colloqui con Donald Trump. Ma il presidente sa bene che la sua posizione non è la sola: molti lo criticano, lo accusano di cedevolezza verso il nemico, mentre Hezbollah lo combatte sul campo. I punti critici sono tanti.

Impossibile in un clima ovviamente infuocato aspettare a braccia conserte il 21 luglio e così il ministro dell’Economia libanese, un accademico molto conosciuto e apprezzato in America dove si è formato, si è recato a Nabatyeh, una delle città del sud del Libano più gravemente colpite dall’occupazione israeliana, che si protrae da più di 100 giorni: oltre 4mila morti, migliaia di edifici distrutti, insieme a terre coltivate e tante infrastrutture civili. La visita ha inteso dire che il governo libanese già guarda alla ricostruzione. E non ha mandato un ministro proveniente dall’area dei partiti sciiti, ma da quelli sunniti, come a dire che il discorso e la ricostruzione sono materia a cuore a tutto il Libano, non una questione comunitaria.

Il ministro ha incontrato le autorità civili della città tra le rovine e ha voluto vedere di persona i danni gravissimi arrecati alla città. Gli interventi per riattivare la rete idrica e elettrica, ha ammesso, proseguono a rilento, ma il governo si sta attivando per trovare i doni necessari a rimettere in piedi Nabatyeh. Non si tratta di un messaggio di difficile decifrazione: la comunità sciita, quella che maggiormente soffre per la devastazione del sud visto che lì vive, ha nello Stato un amico, non un nemico.

Schierato per il disarmo di Hezbollah, il governo in carica prova a fare della ricostruzione del Libano non solo una priorità, ma un’urgenza già dell’oggi. Gli ostacoli sono l’occupazione e la difficoltà del processo di disarmo di Hezbollah. Come fare? In molte interviste il Presidente Aoun ha fatto capire chiaramente che se ci fosse da una parte un ritiro israeliano e una prospettiva di ricostruzione nella pace e dall’altra la battaglia, la popolazione sciita sceglierebbe la prima ipotesi ed Hezbollah se non facesse la stessa cosa perderebbe il consenso.

Ma l’occupazione permane, il ritiro dovrebbe cominciare a piccolissimi passi senza un calendario, è evidente che la visita di Aoun sarà molto importante. Ridurre le possibilità finanziarie e di armamento di Hezbollah dai Paesi vicini, operare sul terreno per indurlo a disarmare, tutto questo sembra tenersi insieme e l’auspicio del Presidente Aoun potrebbe essere quello di un meccanismo che lo aiuti a indurre Hezbollah ad accettare un disarmo concordato, a tappe ovviamente, accelerando il ritiro israeliano. Ciò che chiederebbe è infatti su questo fronte, componente che la stampa libanese presenta come essenziale della sua visione.

Nelle parole del presidente libanese il disarmo di Hezbollah è un’esigenza prima di tutto libanese: può uno Stato esistere senza avere il monopolio delle armi? Molti suoi predecessori non si sono posti questa domanda, ma la situazione politico militare non lo aiuta. Per questo, appare evidente, si fa di tutto per dimostrare la ricostruzione del sud è priorità dello Stato, di tutto il Libano e quindi di tutti i libanesi. Il Presidente Aoun ripete da giorni che l’aiuto di Trump lo considera indispensabile, oltre che l’unico capace di fare pressioni su Israele.

Il 21 luglio per un Paese come il Libano, diviso tra chi critica Aoun per la sua acquiescenza verso la Casa Bianca e chi critica Hezbollah per la sua acquiescenza verso l’Iran, sarà un giorno molto importante. Il precipitare degli eventi regionali, il ritorno di scenari di guerra avranno ovviamente il loro impatto sui colloqui. Vedremo quali.

Di Riccardo Cristiano. (Formiche.net)

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