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Accordi col Golfo e niente pedaggi, la confusa strategia USA su Hormuz

(Roma, 16 luglio 2026). Nel mirino della Casa Bianca c’è sempre la Cina, ma la realtà per il momento è una sola : gli Usa non controllano Hormuz.

Lo scacco strategico da un lato, le opportunità future dall’altro: l’America resta una grande potenza anche perché ogni contesto ove è impegnata non necessariamente è avulso dagli altri, e nel quadro delle conseguenze della Terza guerra del Golfo va sottolineato che Washington intende utilizzare la risposta alla fragilità del cessate il fuoco con l’Iran, sempre più sfidato da raid e contro-raid, per testare la capacità americana di amplificare le sue posizioni nella partita a scacchi col rivale cinese. La grande competizione Washington-Pechino si esplicita su molti fronti e ha diversi laboratori d’attuazione.

Il tema energetico e del Golfo sono strettamente collegati e la notizia che Donald Trump avrebbe voluto imporre un pedaggio del 20% del valore complessivo delle merci trasportate da tutte le imbarcazioni in uscita dallo Stretto di Hormuz nuovamente bloccato per poi cercare accordi coi Paesi del Golfo manda un messaggio alle economie asiatiche, e alla rivale per eccellenza in particolare. Un quarto del traffico mondiale di greggio e un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto esce quotidianamente da Hormuz, e l’Agenzia Internazionale dell’Energia ricorda che rispettivamente l’80% e il 90% di questi valori si dirigono a Oriente. Come ha ricordato Martina Besana su queste colonne, poi, la Cina ha rafforzato i suoi rapporti col Golfo stringendo rinnovate partnership commerciali e dunque amplificato la sua attenzione per il Medio Oriente.

Accordi e partnership sono il quadro di riferimento delle relazioni cinesi con gli Stati del Golfo ma non è che Washington sia mai stata da meno in questi ultimi tempi. Non è ben chiaro come gli Stati Uniti possano sostituire la sfida del pedaggio di Hormuz con degli accordi commerciali, che sono su tutt’altro piano. Del resto, è dall’inizio del secondo mandato di Trump che le petromonarchie del Golfo corteggiano gli Usa promettendo un El Dorado di spese nel territorio americano in cambio del prosieguo della relazione bilaterale. Il sito della Casa Bianca ci ricorda che dal gennaio 2025 a oggi hanno già annunciato investimenti negli Usa: gli Emirati Arabi Uniti per 1.400 miliardi di dollari, il Qatar per 1.200, l’Arabia Saudita, più sobriamente, per 600. Tutti questi Paesi, poi, hanno abbracciato la rivoluzione dell’intelligenza artificiale promettendo di ospitare potenza di calcolo e capacità americane e delle aziende approfittando della disponibilità di energia a basso costo.

Ora Trump dice che il 20% di pedaggio a Hormuz non sarà implementato perché i Paesi del Golfo cercheranno accordi commerciali con gli Usa in via alternativa: ma si tratterà di investire ulteriori soldi o di cercare di concretizzare quanto emerso negli annunci del 2025 e di inizio 2026? E saranno gli Stati della regione disposti ad affidarsi al dialogo diretto con gli Usa con la stessa volontà di ieri dopo che la guerra all’Iran ha mostrato la fragilità delle garanzie di sicurezza americane? La Bbc legge il fatto come il tentativo di Trump di provare a porre fine alla guerra con mosse che possano lasciare agli Usa in mano un risultato tale da non essere qualificabile come sconfitta completa. e contenere la crescente presenza cinese negli affari della Penisola Arabica e del Golfo è sicuramente un obiettivo strategico in tal senso. Ma la vaghezza degli annunci si scontra con una realtà ineludibile: l’America non controlla Hormuz e i suoi traffici, e il fatto che l’Iran abbia ricordato ciò colpendo petroliere emiratine mostra quanto gli Stati del Golfo dovranno prima chiedersi il valore della garanzia americana e solo poi capire come proseguire i rapporti commerciali. Primum vivere: se la guerra si rinfocolerà, saranno gli affari dell’intera regione a tornare a essere messi in discussione. Ad oggi gli accordi e i negoziati per implementarli esistono solo negli annunci della Casa Bianca. Come molte altre cose quando si tratta dei discorsi sul futuro del teatro mediorientale.

Di Andrea Muratore. (Inside Over)

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