(Roma, 07 giugno 2026). Israele bombarda Beirut nonostante il cessate il fuoco col Libano, l’Iran risponde lanciando missili contro lo Stato Ebraico, il governo di Benjamin Netanyahu promette fuoco e fiamme, Donald Trump alla Fox chiama alla calma e invita Tel Aviv a non…
Israele bombarda Beirut nonostante il cessate il fuoco col Libano, l’Iran risponde lanciando missili contro lo Stato Ebraico, il governo di Benjamin Netanyahu promette fuoco e fiamme, Donald Trump alla Fox chiama alla calma e invita Tel Aviv a non rispondere. Notte da tregenda in Medio Oriente dove il cessate il fuoco tra Israele e Usa da un lato e Iran dall’altro vacilla paurosamente proprio mentre la corsa alla fine del conflitto appariva alle battute finali. Il traguardo dei cento giorni di guerra dal 28 febbraio, per due terzi passati sotto forma di fragile cessate il fuoco, porta con sé questa giravolta di sorprese che mostrano la fragilità del contesto regionale.
“Il regime terroristico iraniano ha commesso un grave errore”, afferma Effe Derfin, portavoce dell’Israel Defense Force. Tel Aviv ha colpito il Libano nonostante l’Iran abbia detto a chiare lettere che per la Repubblica Islamica quella condotta contro il suo territorio e quella nel Paese dei Cedri sono la stessa guerra e la fine in un teatro è conditio sine qua non per la fine nell’altro. Tel Aviv la pensa diversamente. Mentre scriviamo, si parla di caccia israeliani in volo verso l’Iran che, al pari di Siria e Iraq, ha chiuso il suo spazio aereo. Ma gli Usa non sembrano disposti a sostenere Tel Aviv, almeno stando alle parole del presidente, qualora attaccasse l’Iran.
Parlando col sempre ben informato Barak Ravid di Axios, Trump si fa al tempo stesso portavoce di calma e improvvisato storico della civiltà persiana: “”Gli attacchi iraniani non hanno ferito nessuno. Spero che Israele non reagisca. Se Bibi li colpisse a sua volta, la situazione si ripeterebbe come negli ultimi 47 anni, o negli ultimi 3.000 anni”. Trump ha detto che “Israele ha attaccato e l’Iran ha attaccato. Non ne serve un altro”. Per The Donald un accordo era a un passo. Non sarebbe la prima volta che dice ciò. Già pochi giorni fa la trattativa sembrava alla dirittura d’arrivo prima che saltasse fuori l’idea di un’adesione dei Paesi arabi agli Accordi di Abramo, alleanza antiraniana con Israele al centro, come controparte della fine della guerra. Proposta inaccettabile per Teheran e rispedita al mittente. “La richiesta di Trump che Israele non reagisca è del tutto insolita”, commenta Ravid, aggiungendo che “senza il sostegno degli Stati Uniti, qualsiasi attacco israeliano in Iran risulterebbe molto più difficile e rischioso”.
Ravid pochi giorni fa aveva riferito di una furiosa telefonata tra Trump e Benjamin Netanyahu in cui il primo avrebbe duramente strigliato il secondo per la sua scelta di proseguire i pesanti attacchi sul Libano. Di oggi, poi, la notizia che al Pentagono sarebbero preoccupati per l’aumento delle attività di spionaggio di Israele negli Usa, proprio mentre i negoziati con l’Iran proseguivano a fatica. Il 2026 come il 2015, l’era di Trump come quella di Barack Obama: quando Washington prova a parlare con l’Iran, lo spionaggio israeliano si muove.
Tre indizi fanno una prova: Trump, che si è accorto dell’errore compiuto aprendo alla guerra con l’Iran, sta cercando una via d’uscita al conflitto; il presidente americano non sembra disposto a sostenere Israele dopo che ha criticato le sue mosse in Libano, ha spinto per il cessate il fuoco Tel Aviv-Beirut e, soprattutto, ha detto a chiare lettere che non ci deve essere un terzo tempo della guerra dopo i raid di stanotte; infine, Netanyahu ha mostrato dall’8 aprile, giorno del cessate il fuoco mediato dal Pakistan, un atteggiamento volutamente sabotatore dei negoziati difficoltosamente messi in piedi da Usa e Iran. Ora Trump ha detto chiaramente a Netanyahu di fermarsi ed è venuto al pettine un nodo importante: gli Usa vogliono tirarsi fuori da una guerra dispendiosa e che è diventata rischiosa, Tel Aviv non sembra convinta dell’esito insoddisfacente della guerra, col regime iraniano ancora in piedi e combattente, e evidentemente preferirebbe una sua ripresa.
Netanyahu, del resto, ha bisogno di risultati positivi per presentarsi con chance di rielezione alle elezioni autunnali da cui dipende la sua sopravvivenza politica e…giudiziaria. “Il primo ministro voleva arrivare alle elezioni generali di quest’autunno con il regime degli ayatollah iraniani già crollato ed eliminato”, hanno detto fonti israeliane al Times of Israel, sottolineando che “Netanyahu credeva – e crede tuttora – che un cambiamento così storico avrebbe messo in ombra gli eventi del massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e lo avrebbe condotto a una schiacciante vittoria elettorale, con 40 seggi per il suo partito Likud e la strada spianata verso un’altra coalizione di governo”. Anche Trump è atteso da un voto decisivo, a novembre, per le elezioni di midterm ma molti indizi lasciano presagire che la pace, e non la guerra, farebbe sì che al Partito Repubblicano da lui guidato le elezioni possano arridere positivamente. Oramai è palese che le strategie di Usa e Israele siano totalmente divergenti sulla modalità di gestione dell’Iran e la lunga, dura giornata del 7 luglio lo conferma. Mostrando la fragilità della tregua in una regione che resta intrappolata in un territorio inesplorato e caotico.
Di Andrea Muratore. (Inside Over)