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Arabia Saudita, Turchia e Pakistan mandano i vertici militari a Teheran dopo i missili houthi su Riad

(Roma, 26 ottobre 2026). Il ministro della Difesa saudita, il capo delle forze armate pakistane e il capo dell’intelligence turca incontrano oggi i vertici iraniani. È il primo contatto del patto della Mecca con Teheran dopo un mese di attacchi houthi sugli aeroporti del regno.

Il ministro della Difesa saudita, il capo delle forze armate pakistane e il capo dell’intelligence turca sono attesi oggi a Teheran per incontrare i vertici iraniani. Lo riferisce Reuters citando due persone informate: all’ordine del giorno c’è «il coordinamento regionale». È la prima volta che i tre Paesi legati dal patto di difesa firmato alla Mecca ad agosto si presentano insieme davanti all’Iran da quando gli houthi dello Yemen, alleati di Teheran, hanno cominciato a colpire gli aeroporti sauditi.

La delegazione è di primo livello. Per Riad c’è il principe Khalid bin Salman, fratello del principe ereditario e titolare della Difesa; per Islamabad il feldmaresciallo Asim Munir, capo delle forze armate e dello Stato maggiore dell’esercito; per Ankara, secondo una sola delle due fonti, il capo dei servizi segreti. Nessuna conferma ufficiale: l’ufficio stampa del governo saudita e quello dell’esercito pakistano non hanno risposto alle domande dell’agenzia, e Teheran non ha commentato.

Il mese che porta a questo incontro è cominciato con i missili. Fra il 6 e il 21 ottobre gli houthi hanno colpito con droni e missili tre scali sauditi: il King Khalid di Riad, Abha e il King Fahd di Dammam. L’8 ottobre un attacco sullo scalo della capitale ha ucciso tre persone, fra cui un comandante della compagnia di bandiera Saudia. Due giorni dopo è arrivato il colpo più pesante subito dal regno da oltre un decennio: almeno 13 morti e più di 300 feriti.

Il portavoce militare degli houthi, Yahya Saree, ha rivendicato l’attacco e ha rinnovato l’avvertimento alle compagnie aeree a non volare sugli aeroporti sauditi. Lo scalo di Riad è rimasto chiuso «fino a nuovo avviso». Secondo due funzionari regionali sentiti dall’Associated Press, Riad ha aperto un’inchiesta sul mancato funzionamento della difesa aerea: i droni avrebbero aperto la strada a un mix di missili da crociera e balistici volati per oltre 1.000 chilometri, senza che scattasse il preallarme. L’Arabia Saudita ha promesso di rispondere «con fermezza».

Il patto e le ratifiche

La risposta passa per il patto della Mecca. L’accordo di difesa comune firmato ad agosto da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre è un attacco contro tutti e impegna le parti a usare «tutti i mezzi necessari» a difesa di territorio e confini. Il 5 ottobre, a Riad, i ministri degli Esteri e della Difesa dei tre Paesi hanno concordato il «dispiegamento rapido» di forze in Arabia Saudita. Il Pakistan ha ratificato il trattato la settimana scorsa; il parlamento turco ha avviato l’iter.

Teheran respinge ogni coinvolgimento. «La Repubblica islamica respinge ogni affermazione secondo cui l’Iran avrebbe avuto un ruolo nelle operazioni yemenite», ha detto il 16 ottobre il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, dopo le accuse saudite di incoraggiare l’escalation. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in una telefonata con il collega saudita Faisal bin Farhan l’11 ottobre, si era offerto come mediatore fra Riad e gli houthi: «Insistere su un approccio militare e ignorare una soluzione politica non farebbe che complicare la situazione». Nove giorni dopo ha ammesso di non avere ricevuto risposta né dai sauditi né dagli houthi, e ha letto il silenzio del gruppo yemenita come prova della sua autonomia.

La missione a tre permette a Riad di portare il dossier houthi davanti all’Iran senza accettare la mediazione di Teheran, rimasta finora senza risposta. Il canale pakistano è già aperto: Munir era in Iran la settimana scorsa e, secondo i media iraniani, i suoi interlocutori gli hanno detto che non tratteranno con gli Stati Uniti finché le loro condizioni non saranno soddisfatte. Islamabad cerca di rilanciare il proprio ruolo di intermediario fra Washington e Teheran, mentre Stati Uniti e Israele proseguono l’offensiva contro l’Iran. Baghaei ha detto ieri a un’emittente pubblica tedesca che i messaggi con Washington passano ancora attraverso intermediari, ma che gli americani insistono su richieste unilaterali.

Lo stesso giorno, al Cairo, il parlamento egiziano vota sul possibile intervento militare contro gli houthi, dopo che il governo si è detto pronto a dare a Riad il sostegno necessario a difendere la propria sicurezza. Araghchi ha già fatto sapere che cosa ne pensa: «Qualsiasi intervento straniero complicherebbe le cose».

(Notizie Geopolitiche)

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