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Sudan, il capo dell’esercito al-Burhan chiude ai negoziati con i paramilitari : «Riprenderemo ogni centimetro»

(Roma, 07 ottobre 2026). Il capo dell’esercito sudanese annuncia che l’«opzione militare» proseguirà finché le Forze di supporto rapido non saranno cacciate. Nel Kordofan dieci civili uccisi, nel Nilo Azzurro 5.500 sfollati in tre giorni. Washington chiede un dialogo civile

«Riprenderemo ogni centimetro». Con queste parole il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito sudanese e presidente del Consiglio sovrano di transizione, ha chiuso martedì 6 ottobre la porta ai negoziati con le Forze di supporto rapido, i paramilitari contro cui combatte da tre anni e mezzo. L’«opzione militare», ha detto, continuerà finché le milizie non saranno rimosse dal Sudan.

Il discorso, trasmesso in diretta dall’agenzia di Stato sudanese Suna e ripreso da Al Jazeera, è stato pronunciato a un raduno nel Villaggio 5, vicino a Merowe, nello Stato Settentrionale, una delle regioni rimaste saldamente in mano all’esercito. L’occasione era l’inaugurazione di una scuola secondaria. «Le forze armate proseguiranno con l’opzione della vittoria militare finché l’intero territorio nazionale non sarà ripulito dalla ribellione», ha aggiunto il generale, elogiando gli abitanti della zona per il sostegno ai soldati.

La frase arriva dopo un anno in cui le due parti si sono rimpallate proposte di tregua senza mai sedersi allo stesso tavolo. Nel novembre 2025 Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, comandante dei paramilitari, aveva annunciato una sospensione umanitaria di tre mesi sulla base del piano del Quad, il gruppo di mediazione formato da Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, che l’esercito aveva appena respinto. Nel luglio scorso le milizie avevano accettato una nuova tregua, ma avevano rifiutato di ritirarsi dai territori conquistati. Le Forze di supporto rapido non hanno commentato le parole di al-Burhan.

I morti nel Kordofan

Mentre il generale parlava nel nord, nel Kordofan occidentale si contavano i morti di un nuovo attacco. Dieci civili sono stati uccisi e diversi feriti nel villaggio di Abu Ajal, nelle campagne a sud-est della città di En Nahud. L’accusa ai paramilitari viene dal Comitato di emergenza di Dar Hamar, un gruppo caritativo locale, che parla di «molteplici violazioni contro i civili». Anche su questo episodio le milizie non hanno replicato.

La zona è il nuovo fronte della guerra. Le Forze di supporto rapido stanno concentrando uomini nel Kordofan occidentale, mentre l’esercito avanza verso En Nahud e Al Khuway dopo i successi ottenuti nel vicino Kordofan settentrionale. Più a sud, nello Stato del Nilo Azzurro, oltre 5.500 persone hanno lasciato i loro villaggi in tre giorni per il peggioramento della sicurezza, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. In agosto, nella stessa regione, più di venti civili erano stati uccisi nella località di Geisan.

La guerra è cominciata nell’aprile 2023, quando al-Burhan e Hemedti ruppero sul piano di integrazione dei paramilitari nell’esercito regolare. Da allora ha fatto decine di migliaia di morti e circa 13 milioni di sfollati, secondo le stime dell’Onu. El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, è caduta in mano alle milizie alla fine di ottobre 2025 dopo diciotto mesi di assedio. Una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso in luglio che le uccisioni di massa, gli stupri di gruppo e la fame imposta deliberatamente alla popolazione costituiscono un genocidio, e ha avvertito che el-Obeid, capoluogo del Kordofan settentrionale, rischia la stessa sorte perché accerchiata.

Il discorso di Merowe cade a un giorno di distanza da un messaggio di segno opposto arrivato da Washington. Lunedì Massad Boulos, consigliere per gli affari arabi e africani e inviato del presidente Donald Trump, ha scritto sulla piattaforma X che la pace in Sudan passa «attraverso un dialogo nazionale inclusivo, di proprietà sudanese e guidato dai sudanesi, con transizione verso un governo a guida civile». In settembre il Dipartimento di Stato aveva messo nero su bianco che né l’esercito né i paramilitari, né i rispettivi capi, «rappresentano un governo legittimo e costituzionale per il Sudan».

Al-Burhan rivendica sul campo la legittimità che Washington gli nega al tavolo. Alla formula americana il generale ha risposto con un’altra: «L’opzione militare continuerà finché l’ultimo ribelle non avrà lasciato il Paese».

(Notizie Geopolitiche.net)

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