(Roma, 06 ottobre 2026). L’attivazione del Patto della Mecca serve ad aiutare l’Arabia Saudita ma anche a consolidare gli equilibri in Medio Oriente
Nel pieno della turbolenza in Yemen, il Pakistan e la Turchia rafforzano il loro impegno a sostegno dell’alleata Arabia Saudita in un contesto in cui sono state attivate per la prima volta, a due mesi dalla firma, le clausole della sicurezza del Patto di La Mecca, il nuovo asse securitario che unisce Ankara, Islamabad e Riad. Di fronte alla crescita degli scontri tra Riad e gli Houthi yemeniti, che da un mese hanno ampliato la loro proiezione colpendo obiettivi infrastrutturali, energetici e civili nel Paese che sostiene il governo yemenita internazionalmente riconosciuto, e dopo che i ribelli hanno alzato l’asticella dello scontro, da tempo i partner dell’Arabia Saudita sottolineavano la possibilità di un’attivazione delle clausole.
Si attiva il Patto di La Mecca
Ieri la svolta: a Riad, i capi della diplomazia e della difesa dei tre Paesi, alla presenza di protagonisti dell’agone mediorientale come il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e il feldmaresciallo pakistano Asim Munir, capo delle forze armate di Islamabad, hanno deciso di aprire allo schieramento di unità turche e pakistane a sostegno della capacità di difesa saudita contro i raid balistici degli Houthi. Non è stato specificato un quantitativo preciso di forze o mezzi, ma, ricorda Turkiye Today, è stato consolidato l’impegno allo schieramento delle forze in nome della sicurezza collettiva della nuova alleanza.
Nei giorni scorsi un’indiscrezione importante in tal senso era arrivata dal Pakistan, Paese che del resto mantiene già da tempo una presenza militare in Arabia Saudita di circa 8mila truppe a sostegno di uno Stato con cui nel 2025 ha concluso un accordo di sicurezza bilaterale che l’asse con la Turchia ha poi consolidato. Nei giorni scorsi si è parlato di un possibile schieramento di 25mila truppe pakistane nel Paese della Penisola Arabica, anche se non è chiaro quali forze saranno richieste per sostenere la difesa saudita e in che misura ci sarà un effettivo intervento degli alleati, fatto che potrebbe dipendere dall’effettiva portata dei raid Houthi nelle prossime settimane. Mentre sembra essere rientrato il più grave allarme generale circa un assedio completo dell’export energetico saudita e mentre le forze filo-saudite del governo yemenita vanno al contrattacco degli Houthi e si parla della caduta del porto di Mokha, la cui conquista da parte dei ribelli aveva aperto alla prospettiva del loro controllo di Bab-el-Mandeb, l’Arabia Saudita vive un complesso dualismo.
L’Arabia Saudita, La Mecca e lo Yemen
Da un lato, Riad con i suoi raid aerei è un alleato strategico per le forze governative di Aden che puntano alla riconquista della capitale Sana’a, da oltre un decennio nelle mani degli Houthi, e sfruttano il costante appoggio dell’importante alleato. Dall’altro, le difese aeree dell’Arabia Saudita sono spesso state incerte nei confronti degli attacchi di droni e missili yemeniti, anche se il Paese guidato dal principe ereditario Mohammad bin Salman ha sempre dichiarato che le affermazioni degli Houthi circa i risultati ottenuti con i raid sono esagerate. Del resto, ad agosto Responsible Statecraft, anticipando che proprio quella con gli Houthi poteva essere la prima grande questione del Patto di La Mecca, notava correttamente che dal punto di vista saudita “la natura della minaccia Houthi rende la difesa aerea, l’allerta precoce, la guerra elettronica, i sistemi anti-drone, la ricognizione marittima e la condivisione di informazioni di intelligence più importanti del semplice invio di forze di terra” e “sia la Turchia che il Pakistan possono rafforzare le capacità saudite in questi settori”.
Per l’Arabia Saudita conseguire il sostegno alleato è un risultato importante per provare a prevenire un nuovo pantano yemenita. Appare palese che l’escalation in Yemen e la fine di quattro anni di stasi e congelamento del conflitto, sommata all’onda lunga del conflitto israelo-americano con l’Iran e dei raid regionali di Teheran ha messo in difficoltà l’Arabia Saudita. L’attivazione del Patto di La Mecca, in tal senso, è un impegno strategico e politico al tempo stesso anche per i partner che decidono di appoggiarla. Strategico, perché mostra come anche per Pakistan e Turchia la stabilità dell’alleato e la fine del conflitto in Yemen sono un obiettivo primario.
Gli obiettivi di Pakistan e Turchia
Per il Pakistan l’obiettivo è rafforzare la sua capacità di intervenire nella stabilizzazione della regione e aprire la strada a una distensione su più livelli: la fine del conflitto in Yemen è vista da Islamabad anche come una mossa funzionale a facilitare la distensione e la mediazione in Iran, dove i negoziati tra Usa e Teheran appaiono in stallo. Una fine della tensione riguardanti gli Houthi, alleati dell’Iran, e Bab-el-Mandeb, stretto che può sommarsi a Hormuz nel condizionare la geologistica globale, faciliterebbe un impegno politico su cui Islamabad si è mossa con l’ottica di essere uno stabilizzatore regionale. Nei giorni in cui si attiva l’alleanza di La Mecca, in Pakistan arriva il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che nelle ultime settimane di mandato intende capire se c’è spazio per rafforzare la mediazione per stabilizzare il Medio Oriente.
La Turchia, parimenti, acquisisce potenzialmente capacità di proiezione strategica regionale e col sostegno all’Arabia Saudita può capire la preparazione delle sue forze armate a sfide strategiche a tutto campo e mettere piede nella Penisola Arabica per condizionare indirettamente il futuro dello scenario yemenita, fondamentale per Ankara in quanto proiettato sulle aree del Mar Rosso e vicino al Corno d’Africa dove i turchi mantengono un presidio strategico in particolar modo connesso alla cooperazione sulla sicurezza con la Somalia. Attraverso l’appoggio all’Arabia Saudita s’avanzeranno nuove mosse per cambiare lo scacchiere mediorientale e i futuri schieramenti di forze? Ancora presto per dirlo. Ma sicuramente l’attivazione del Patto di La Mecca riguarda tanto la risposta ai raid Houthi, che per quanto problematici non rappresentano certamente una minaccia esistenziale all’Arabia Saudita, quanto la volontà di mostrare la solidità di un partenariato che mira a consolidare nuovi equilibri geopolitici in Medio Oriente. Mandando un messaggio a tutti gli attori coinvolti con propri interessi nell’area, a prescindere dall’effettiva entità dello schieramento autorizzato dall’attivazione del Patto e la cui entità, le cui tempistiche e le cui modalità saranno ancora tutte da definire. Ma il messaggio politico è stato, in tal senso, già recapitato.
Di Andrea Muratore. (Inside Over)