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La morte di un falco : Lindsey Graham se n’è andato ma la sua guerra con l’Iran continua

(Roma, 13 luglio 2026). La morte di Lindsey Graham, storico falco interventista anti-Iran, non indebolisce la linea dura di Washington verso Teheran

La morte improvvisa di Lindsey Graham non modifica da sola i rapporti di forza tra Washington e Teheran. Il senatore della Carolina del Sud non guidava il Pentagono e non occupava un incarico nell’amministrazione. Eppure, per oltre vent’anni, Graham è stato molto più di un semplice parlamentare: era una delle voci più riconoscibili dell’interventismo americano, un sostenitore della superiorità militare degli Stati Uniti e uno dei principali promotori di una linea durissima contro l’Iran.

La sua scomparsa arriva nel momento peggiore possibile. Le tensioni nel Golfo sono nuovamente esplose, le trattative sul nucleare sembrano vicine al collasso e lo Stretto di Hormuz è tornato al centro dello scontro tra Teheran e Washington. Nelle ultime ore, l’Iran ha annunciato restrizioni alla navigazione, mentre gli Stati Uniti hanno ribadito di essere pronti a garantire con la forza la libertà di transito in uno dei corridoi energetici più importanti del mondo.

Il falco che considerava la diplomazia soltanto un’ultima formalità

Graham non aveva mai nascosto il proprio scetticismo verso una soluzione negoziale con la Repubblica islamica. Soltanto poche settimane prima della sua morte aveva dichiarato di preferire un tentativo diplomatico, aggiungendo però di aspettarsi che fallisse. Aveva inoltre prospettato una risposta radicale: il controllo americano dello Stretto di Hormuz e attacchi diretti contro l’Iran nel caso di nuove offensive contro Israele o attraverso i suoi alleati regionali.

Queste non erano semplicemente dichiarazioni televisive. Graham apparteneva alla tradizione politica di John McCain: quella secondo cui la potenza americana deve essere esercitata, non soltanto evocata. Per lui, il contenimento dell’Iran non poteva limitarsi alle sanzioni. Doveva comprendere la distruzione delle sue capacità nucleari, missilistiche e militari, il sostegno all’opposizione interna e, se necessario, l’uso diretto della forza.

La sua influenza derivava anche dal rapporto personale con Donald Trump. Graham aveva iniziato come uno dei suoi critici più feroci, per poi diventare un consigliere informale e un alleato particolarmente ascoltato sulle questioni di sicurezza nazionale. La sua morte priva dunque Trump di una figura che, dietro le quinte e pubblicamente, lo incoraggiava a non arretrare davanti a Teheran.

La vera domanda: chi occuperà quello spazio ?

Il vuoto lasciato da Graham potrebbe produrre due conseguenze opposte. La prima è un temporaneo indebolimento dell’ala interventista repubblicana. Graham possedeva una combinazione rara: anzianità senatoriale, accesso personale al presidente, credibilità presso il settore della difesa e rapporti privilegiati con Israele e con numerosi governi stranieri. Non sarà semplice sostituirlo con una figura dotata dello stesso peso.

La seconda possibilità, però, è che la sua morte radicalizzi ulteriormente il dibattito. Graham potrebbe diventare il simbolo postumo di una linea politica che considera ogni compromesso con Teheran come una concessione pericolosa. I suoi alleati potrebbero utilizzare le sue ultime dichiarazioni per chiedere all’amministrazione di completare la strategia che il senatore aveva sostenuto: impedire all’Iran di controllare Hormuz, neutralizzarne definitivamente il programma nucleare e ridurre la capacità operativa delle Guardie rivoluzionarie.

In altre parole, la scomparsa dell’uomo potrebbe non comportare la scomparsa della sua dottrina.

Trump tra negoziato e prova di forza

Il vero elemento di decisione resta Donald Trump. La sua politica verso l’Iran alterna la promessa di un grande accordo alla minaccia di una risposta militare devastante. È una strategia fondata sull’imprevedibilità: aumentare la pressione, lasciare aperta la porta alla diplomazia e convincere l’avversario che il presidente sia realmente disposto a usare la forza.

Il problema è che l’imprevedibilità può funzionare come strumento negoziale soltanto finché tutte le parti mantengono il controllo dell’escalation. Nel Golfo, invece, basta un errore di calcolo, l’attacco a una nave o una vittima americana per trasformare la pressione in conflitto aperto.

L’amministrazione appare sempre più pessimista sulla possibilità di raggiungere un’intesa definitiva con Teheran. Tra i nodi irrisolti vi sono il futuro dell’uranio arricchito iraniano, il regime delle sanzioni e il controllo della navigazione attraverso Hormuz. Graham avrebbe probabilmente interpretato il fallimento delle trattative come la dimostrazione che la diplomazia aveva esaurito la propria funzione. Senza di lui, Trump potrebbe avere meno pressione personale per attaccare. Ma potrebbe anche sentirsi più libero di agire senza una delle poche figure capaci di trasformare l’istinto presidenziale in una strategia politica.

L’Iran non scommetterà sulla moderazione americana

Teheran difficilmente considererà la morte di Graham come l’inizio di una fase più moderata. La politica americana verso l’Iran non dipendeva da un solo senatore, ma da una convergenza molto più ampia: sostegno a Israele, protezione delle rotte energetiche, contrasto al programma nucleare e contenimento delle milizie legate alla Repubblica islamica.

La nomina del successore di Graham avrà quindi soprattutto un valore politico interno. Il governatore della Carolina del Sud potrà nominare un sostituto temporaneo, ma difficilmente il nuovo senatore erediterà immediatamente la stessa influenza internazionale. Per Teheran, la questione centrale non sarà chi occuperà quel seggio, ma quale delle anime dell’amministrazione prevarrà: quella che considera il negoziato ancora possibile, oppure quella convinta che l’Iran comprenda soltanto il linguaggio della forza.

Il rischio di una politica senza freni

La morte di Lindsey Graham elimina uno dei principali sostenitori della guerra, ma anche uno degli ultimi esponenti di una politica estera riconoscibile, per quanto controversa. Graham era interventista in maniera coerente. Credeva nelle alleanze, nella presenza americana nel mondo e nell’uso della forza come strumento della leadership statunitense.

L’attuale amministrazione appare invece meno ideologica e più impulsiva. Può minacciare una guerra totale e, poche ore dopo, annunciare un nuovo negoziato. Può presentarsi come isolazionista e contemporaneamente ampliare il coinvolgimento militare americano. È proprio questo, più della morte di un singolo senatore, a rendere pericolosa la fase attuale.

L’Iran dopo Lindsey Graham non si trova necessariamente davanti a un’America più pacifica. Potrebbe trovarsi davanti a un’America ancora più imprevedibile: priva di uno dei suoi falchi più influenti, ma anche di una figura capace di dare una direzione politica alla forza che invocava. E in Medio Oriente, l’assenza di una strategia può essere molto pericolosa.

Di Simona Mangiante. (Inside Over)

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