(Roma, 14 marzo 2026). La propaganda di guerra dell’Iran e dei suoi vertici politico-militari è sempre più penetrante e assertiva per provare a riaffermare tre principi: il fatto che, nonostante la morte della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid che hanno inaugurato l’assalto di Usa e Israele, il regime resta in sella e capace d’agire; la comunicazione di una continuità della catena di comando e di un consolidamento della risposta attorno ai Pasdaran e ai vertici di Teheran; l’esplicita dichiarazione di una strategia che mira a separare Usa e Israele dai partner e dagli alleati, regionali e non, per alzare il prezzo della loro scelta di combattere.
Tutto questo sfruttando la nebbia di guerra e la teoria della “difesa a mosaico” che vuol spingere a decentralizzare l’incasso dei colpi e ad ampliare la loro inflizione nella regione. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi lo ha messo in chiaro a guerra appena iniziata: l’obiettivo di Teheran è quella di far sì che il conflitto finisca “alle sue condizioni”.
L’ambiguità strategica è ritenuta la priorità per disperdere i colpi dei nemici e evitare di dare punti di riferimento precisi. La neo-Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha mandato il suo primo messaggio senza farsi vedere in pubblico. Ferito e inadatto a mostrarsi? Allettato o addirittura in coma come dicono gli Usa ?
Il secondo tempo della Repubblica Islamica
Teheran fa prevalere il simbolismo sciita, e addirittura imperiale persiano, del potere che parla senza mostrarsi, come a rappresentare una guida unitaria e collettiva, che del resto ha ad oggi un concreto regista nel capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Ali Larijani, uomo forte del Paese e trait-d’union tra l’eredità di Khamenei padre, la capacità di risposta delle Guardie Rivoluzionarie e la continuità politica.
Proprio Larijani, oggi, è l’uomo da guardare per capire la profondità della propaganda del regime che con la guerra ha trovato una ragion d’essere. Poco più di due mesi fa la Repubblica Islamica era sull’orlo del baratro, le contestazioni economiche e sociali dei bazar, unite alla violenta repressione dei Pasdaran, avevano messo in dubbio lo stesso futuro del sistema costruito dall’Ayatollah Khomeini e da Ali Khamenei dal 1979 a oggi; la defunta Guida era apparsa scollata dalla realtà del Paese, il capo dello Stato Masoud Pezeshkian aveva provato una mediazione difficile tra apparato e piazza, e scrivevamo che il sistema avrebbe avuto una data di scadenza, per come lo conosciamo, con la fine della parabola al potere di Khamenei stesso.
Ora, Khamenei è stato ucciso e il regime si è trasfigurato. Diviene più collegiale, nella forma, con il collante della guerra a forzare l’unità. Questo sistema ampiamente inefficiente, incapace di garantire, anche al netto del problema delle sanzioni americane e occidentali, le basilari opportunità a una popolazione afflitta da povertà e disoccupazione, incancrenito su una torsione repressiva e cleptocratica e a lungo sorretto da un consenso clientelare, si è dimostrato capace di compattarsi con l’emergenza bellica.
Larijani, l’uomo-chiave
Larijani ha condotto la brutale repressione a gennaio, saldato il consenso dell’apparato per le trattative con gli Usa a febbraio, gestito la transizione di potere del Paese in guerra a marzo mostrando di aver compreso che la morte di Khamenei avrebbe chiuso un’era e che sarebbe stato doveroso attrezzarsi.
Nella giornata del 13 marzo, “Giorno di Gerusalemme” in Iran, gli alti papaveri del regime si sono mostrati in pubblico, assieme, rispondendo al capo del Pentagono Pete Hegseth, che aveva detto che essi si stavano “nascondendo come ratti”.
Un colpo di propaganda che segue di poche ore quello dello Stretto di Hormuz, che l’Iran chiude a corrente alternata a seconda della destinazione delle navi che vi transitano, consentendo a Cina e India di continuare a ricevere petrolio. A commentarlo, immancabile tweet di Larijani pubblicato in più lingue e dal messaggio chiaro.
I membri del regime non si fanno scrupolo a utilizzare i mezzi di comunicazione del nemico americano e, curiosamente, da Elon Musk non è arrivata alcuna sponda al blocco delle comunicazioni del regime via X, né dalla Casa Bianca sembra essere giunta alcuna richiesta all’amico magnate per ridurre lo spazio di esposizione dei vertici iraniani sul social più utilizzato per comunicare.
La propaganda di guerra dell’Iran
Larijani, Araghchi e Pezeshkian fanno senza interferenze propaganda di guerra dal loro profilo personale. Araghchi, poi, parla in inglese nelle interviste che riposta, per comunicare soprattutto al pubblico Usa. Perfino l’account ufficiale di Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio, continua a twittare e a ripostare i contenuti dell’ufficio del figlio Mojtaba oltre a vari elementi di propaganda anti-americana e anti-israeliana. Del resto, in guerra, oltre 1 milione di follower nell’account in Farsi e oltre 2 in quello in inglese fanno comodo.
Tutto questo alimenta l’immagine di un regime più coeso, più solido e più unito di quanto forse è, all’interno contro chi pensa ad approfittare della guerra per un cambio di sistema e all’estero verso chi ritiene possibile la spallata contro la Repubblica Islamica, la cui vita potrebbe essere stata, paradossalmente, allungata dalla guerra. Durerà? Ancora difficile dirlo. Va detto, però, che l’Iran sa giocare le sue carte e sa fare propaganda, anche parassitando i mezzi di comunicazione occidentali. La via alla guerra psicologica e dell’informazione è aperta. E Teheran la sta combattendo a viso aperto. Un fattore che forse Usa e Israele non avevano tenuto in considerazione appropriata.
Di Andrea Muratore. (Inside Over)