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Perché la questione iraniana allarma la Cina

(Roma, 03 marzo 2026). Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Teheran ha risposto colpendo gran parte del Medio Oriente (e non solo) con missili e droni. Ali Khamenei, la Guida Suprema della Repubblica Islamica, è stata uccisa e c’è il rischio di una pericolosissima escalation. E la Cina dov’è ?

Come al solito, quando accadono vicende simili (guerre, conflitti, scontri), Pechino mette in atto la propria diplomazia. Da Zhongnanhai, sede del Partito Comunista Cinese, è subito arrivata una posizione netta sulla vicenda: l’operazione militare di Washington e Tel Aviv è stata definita inaccettabile.

Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha chiesto inoltre un cessate il fuoco immediato e la ripresa dei colloqui per prevenire un disastro regionale molto più ampio dell’attuale. “L’uccisione palese di un leader sovrano” e l’incitamento al cambio di regime sono stati “inaccettabili”, ha dichiarato nello specifico Wang nel corso di una telefonata con il suo omologo russo, Sergej Lavrov, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale cinese Xinhua.

La stessa Xinhua ha invece calcato maggiormente la mano criticando l’attacco e definendolo “una sfacciata aggressione contro una nazione sovrana” nonché una “politica di potenza ed egemonia”.

La posizione cinese sulla crisi in Iran

Ok, ma al netto della diplomazia cosa sta facendo di concreto la Cina? I fatti sul campo lascerebbero pensare a un disinteresse totale del Dragone. In realtà non è così.

Pechino ha innanzitutto condiviso sul web e rese pubbliche decine di immagini satellitari per mostrare in tempo quasi reale i movimenti delle forze statunitensi in Medio Oriente, in aggiunta ad altro materiale riservato presumibilmente condiviso in privata sede con Teheran, così da rovinare ogni possibile effetto sorpresa all’offensiva di Washington.

Secondo Middle East Eye, la Cina si sarebbe addirittura spinta oltre consegnato agli ayatollah diverse armi tra droni, sistemi di difesa e missili. Attenzione però, perché il gigante asiatico ha sempre evitato di sostenere militarmente (e soprattutto apertamente) l’Iran. Anzi: i cinesi hanno addirittura sostenuto le sanzioni economiche delle Nazioni Unite contro gli iraniani prima dell’accordo nucleare del 2015.

E allora? Semplice: Pechino e Teheran sono partner strategici (non alleati), ma Xi Jinping non intende né alimentare le fiamme dell’incendio né spostarsi dai binari del diritto internazionale. Tradotto: per risolvere le dispute, dal punto di vista della Cina, esistono i tavoli diplomatici. È del resto questa la stessa posizione adottata da Xi per affrontare tutte le ultime crisi internazionali.

Affari da tutelare

Detto del modus operandi diplomatico cinese, è indubbio che l’Iran non abbia per Xi lo stesso peso specifico di Venezuela o Cuba. Il Dragone ha degli affari da tutelare. E anche belli grossi.

Nel 2021, Pechino e Teheran hanno firmato un accordo strategico della durata di 25 anni che, almeno sulla carta, dovrebbe aver impegnato la Cina a investire circa 400 miliardi di dollari nei settori energetici, bancari, delle telecomunicazioni e delle infrastrutture iraniane.

C’è poi un corridoio ferroviario commerciale che collega la città iraniana di Qom a quella cinese di Yiwu. E ancora: la Cina importava fino a qualche mese fa circa 43 milioni di barili di petrolio al mese dall’Iran, circa il 90% delle esportazioni di petrolio di Teheran e circa il 13,6% degli acquisti di greggio del Dragone.

Nel 2007 la più grande raffineria cinese, Sinopec, ha firmato un accordo dal valore di 2 miliardi per lo sviluppo del giacimento petrolifero di Yadavaran, seguito dieci anni più tardi da un secondo contratto da 2,1 miliardi per l’ammodernamento di una raffineria ad Abadan. Questa è solo la punta dell’iceberg che evidenzia però la tendenza di fondo: grazie all’Iran, la Cina può ottenere petrolio a basso costo per la sua base industriale risparmiando svariati miliardi all’anno rispetto ai prezzi di mercato.

C’è tuttavia chi sposa un’altra teoria, ovvero che un Iran indebolito sarebbe al tempo stesso un rischio e un’opportunità per la Cina. Perché è vero che Xi non vuole il crollo del governo iraniano né auspica l’ascesa di un governo filo-occidentale, ma è altrettanto vero che una tensione prolungata tra Teheran e Washington potrebbe costringere gli Usa a concentrarsi sul Medio Oriente. Lasciando, va da sè, ai cinesi maggiore libertà d’azione nell’Indo-Pacifico.

Di Federico Giuliani. (Inside Over)

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