(Roma, 26 febbraio 2026). Mentre a Ginevra vanno in scena nuovi colloqui tra Stati Uniti e Iran per tentare di risolvere la prolungata crisi per via diplomatica, segnali di un potenziale allargamento del conflitto arrivano dal Libano. Il Paese mediterraneo, che sta ancora scontando le conseguenze della guerra cominciata dopo l’operazione Diluvio di Al-Aqsa lanciata da Hamas il 7 ottobre, teme ora di diventare un terreno di scontro parallelo tra le due potenze. Il 23 febbraio l’ambasciata degli Stati Uniti ha ordinato l’evacuazione di parte del suo personale e dei famigliari «a causa della situazione di sicurezza a Beirut», avvertendo che ulteriori restrizioni potrebbero seguire. Misure analoghe sono state adottate anche dall’Australia, che ha disposto la partenza dei famigliari dei diplomatici in Libano e in Israele e ha esortato i cittadini che si trovano attualmente nei due Paesi a partire finché restano disponibili voli commerciali.
L’annuncio dell’ambasciata Usa è arrivato in seguito a una serie di episodi che hanno riguardato la base di Hamat, nel Libano settentrionale. Secondo The Cradle, il 17 febbraio soldati statunitensi di stanza nella base avrebbero abbattuto un drone non identificato, salvo poi impedire all’esercito libanese di avvicinarsi per un’ispezione. Pochi giorni prima l’emittente iraniana in lingua araba Al-Alam aveva pubblicato delle immagini della stessa base di Hamat, definendola un «potenziale obiettivo» in caso di un attacco statunitense contro la Repubblica Islamica. Il video è stato successivamente rimosso, ma la minaccia di Teheran di colpire obiettivi legati agli interessi americani nella regione come rappresaglia non è nuova. Durante la cosiddetta guerra dei Dodici giorni tra Israele e l’Iran nel giugno scorso, l’avvertimento si era concretizzato in un lancio di missili (prevalentemente simbolico) contro la base Usa di Al-Udeid in Qatar, dopo che il presidente Donald Trump aveva deciso di colpire importanti siti nucleari iraniani.
In un frangente in cui un conflitto aperto tra Washington e Teheran non è ancora scongiurato, la posizione del Libano assomiglia a quella di chi sta tra l’incudine e il martello. Il governo del primo ministro Nawaf Salam, in carica da poco più di un anno, ha fatto prova di una certa disponibilità verso le richieste statunitensi, in primis quella del disarmo del partito-milizia Hezbollah. Raggiungere questo obiettivo faciliterebbe l’ingresso di un nuovo flusso di investimenti (non solo americani) di cui Beirut ha bisogno per risollevare un’economia ancora fragile in seguito alla grave crisi finanziaria del 2019 e per sostenere parte dei costi della ricostruzione dopo l’ultima guerra con Israele.
Allo stesso tempo, il ruolo di Hezbollah all’interno del Paese e nelle dinamiche regionali, benché fortemente ridimensionato, non va sottovalutato. Fiore all’occhiello della rete di proxy che fa capo a Teheran, il Partito di Dio potrebbe essere chiamato dal suo protettore a intervenire in un eventuale scontro tra gli Usa e la Repubblica Islamica. I raid israeliani, che proseguono nonostante l’accordo di cessate il fuoco firmato a novembre 2024, hanno decimato la leadership politica e militare del gruppo sciita e colpito gran parte del suo arsenale, senza tuttavia distruggerlo completamente.
Ali Khamenei e la linea rossa per Hezbollah
«Ci sono segnali che gli israeliani potrebbero colpire molto duramente in caso di escalation, potenzialmente includendo infrastrutture strategiche come l’aeroporto (di Beirut)», ha dichiarato il ministro degli Esteri libanese Youssef Rajji, aggiungendo che sono in corso sforzi diplomatici per proteggere le infrastrutture
vitali del Paese. Fonti israeliane hanno successivamente smentito all’emittente Al-Arabiya che Tel Aviv abbia intenzione di colpire obiettivi civili in Libano, tuttavia la storia recente ha dimostrato come questo scenario sia tutt’altro che irrealistico. L’aeroporto della capitale, l’unico terminal civile del Paese, è stato preso di mira
da Israele durante la guerra del 2006. Negli scorsi giorni si sono susseguiti una serie di appelli da parte di diverse figure istituzionali, a cominciare dal premier Salam, che ha dichiarato: «L’avventura di Gaza è costata cara al Libano e speriamo di non essere coinvolti in un’altra».
Il conflitto tra Israele e Hezbollah, cominciato con l’apertura del “fronte di sostegno” alla Striscia di Gaza l’8 ottobre 2023, ha ucciso circa 4.000 libanesi, mentre oltre 15.000 sono rimasti feriti e decine di migliaia di persone ancora sfollate. Il 27 novembre 2024 è stata raggiunta una tregua, che però esiste solo formalmente. Da allora, circa 400 persone sono state uccise dagli attacchi israeliani, mentre la Forza di interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) ha documentato oltre 10.000 violazioni da parte dell’esercito dello Stato ebraico. Lo scorso fine settimana si è registrato uno dei bilanci più pesanti degli ultimi mesi. Israele ha lanciato una serie di attacchi che hanno ucciso 12 persone e causato decine di feriti in diverse località della valle della Beqaa, nell’Est de Paese, e nel campo profughi palestinese di Ain el-Helweh, vicino a Saida, contro obiettivi di Hezbollah e Hamas, secondo quanto dichiarato dall’esercito israeliano.
Oltre ai raid quasi quotidiani che prendono di mira in particolare il Libano meridionale e che, occasionalmente, hanno colpito anche la periferia Sud di Beirut, Israele continua a occupare almeno cinque postazioni al di là del confine e a effettuare incursioni in territorio libanese, nonostante l’obbligo di ritirarsi imposto dall’accordo di cessate il fuoco. Da Hezbollah è arrivato ieri un segnale di apparente moderazione, quando un funzionario del gruppo ha escluso un intervento militare in caso di attacchi statunitensi «limitati» contro l’Iran. Tuttavia, il funzionario anonimo ha aggiunto che Hezbollah considera una «linea rossa» qualsiasi attacco contro la guida suprema della Repubblica Islamica Ali Khamenei e che qualora l’obiettivo di Washington fosse colpire il leader o rovesciare il regime, «allora Hezbollah interverrà». Secondo la stessa fonte, nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero lanciare un’offensiva con l’ambizione di raggiungere un regime change a Teheran, Tel Aviv muoverà «inevitabilmente» guerra contro il Libano.
Di Giulia Della Michelina. (Inside Over)