(Roma, 09 febbraio 2026). Il tesoro minerario che si nasconde nel sottosuolo di diversi continenti è forse la frontiera più ambita da conquistare nella guerra commerciale tra superpotenze. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il lancio del Project Vault, un’iniziativa dal valore di diversi miliardi volta a plasmare uno scrigno di terre rare e altre risorse minerarie in grado di mettere al sicuro l’industria americana dalle turbolenze esterne. La Cina, nel 2025, ha chiuso gran parte dei suoi rubinetti quando, fino a poco tempo prima, era stata il principale esportatore globale di metalli preziosi. Nel mondo, in tanti si sono detti interessati al progetto statunitense, dimostrando che la sicurezza economica passa anche dal maneggiare gli elementi della tavola periodica.
Il Progetto Vault : cos’è e la strategia di Trump
Armandosi di lente d’ingrandimento e spulciando tra i documenti, l’ambizioso programma prevede l’estrazione, l’accumulo e la lavorazione di oltre 50 minerali, tra cui litio, cobalto, grafite, cobalto e nichel. La lista, ovviamente, è molto più lunga e si fa riferimento a elementi che siano in grado di garantire la competizione tecnologica ed energetica attraverso la realizzazione di semiconduttori, veicoli elettrici, infrastrutture di difesa e intelligenza artificiale.
Prendendo la calcolatrice, è presto fatto il conto di quanto vale: oltre 12 miliardi di dollari. La Import-Export Bank, l’agenzia governativa per il credito alle esportazioni, ha già tirato fuori dalle sue casse circa 10 miliardi, mentre dei privati hanno aperto il portafoglio per destinare 2 miliardi all’iniziativa. Senza perdere tempo, il Governo federale ha acquistato le partecipazioni di due società americane, MP Materials e USA Rare Earth, impegnate nell’estrazione di terre rare e nella lavorazione di magneti. Inoltre, sono già stati sottoscritti dei contratti con due aziende canadesi, Lithium Americas e Trilogy Metals, da sempre in prima linea nella lavorazione dei metalli critici. L’amministratore delegato della Import-Export Bank, John Jovanovic, si è espresso favorevolmente per il partenariato pubblico-privato specificando che si tratta di una politica industriale di larghe vedute in grado di allentare, a tempo debito, la dipendenza dall’estero.
Donald Trump, nel 2020, era ancora in carica quando scoppiò la pandemia da Covid-19 in cui venne a messa a nudo la fragilità delle catene di approvvigionamento, con conseguenze per i comparti produttivi di tutte le nazioni. L’obiettivo, con la strategia di Vault, è quello di contenere i prezzi del settore, proteggere la produzione e consentire alle imprese statunitensi di fare piani a lungo termine senza temere di trovarsi a corto di materie prime. Un approccio volto a mettere al primo posto l’interesse nazionale in un mondo che sempre più osservatori definiscono post-globalizzato.
La sfida alla Cina e i rapporti con gli alleati
Se è vero che i futuri equilibri mondiali poggeranno su tre perni, vale a dire Usa, Russia e Cina, la governance globale dovrà evitare ogni tipo di sbilanciamento, assicurando uno status paritario tra grandi potenze. Pechino, da qualche decennio, lavora circa il 90% dei materiali preziosi divenendo de facto un demiurgo delle politiche industriali di mezzo mondo, capace allo stesso tempo di fornire linfa e di far franare il terreno. Un esempio? Nel 2010, il Dragone tagliò le forniture di terre rare al Giappone a seguito di una disputa diplomatica e produttori nipponici hanno dovuto rallentare i ritmi di lavoro delle fabbriche.
Washington, però, non vuole limitarsi a dare forma a un arsenale di materie prime a cui accedere all’occorrenza. Il vicepresidente JD Vance ha incontrato, il 28 gennaio, i delegati dei principali Paesi produttori di magneti desiderosi di tessere una tela di alleanze che metta all’angolo la Cina. L’Unione europea, nel frattempo, si dice interessata al Progetto Vault, tanto da lanciare una cooperazione transatlantica finalizzata a varare un nuovo “blocco commerciale”. Non a caso, ciò si accompagna allo stanziamento di nuovi fondi europei destinati a progetti per l’estrazione e la lavorazione di minerali in Svezia , Finlandia e Groenlandia.
Chi spera nel successo dell’iniziativa, però, non deve illudersi. Stando alle più rosee prospettive, ci vorranno circa dai cinque a i dieci anni prima che l’egemonia cinese nel mercato dei metalli subisca un ridimensionamento effettivo. John Jovanovic ha dichiarato: “Non è qualcosa che cambierà immediatamente la capacità della Cina di sfruttare il proprio dominio come arma”. Tuttavia, l’iniziativa statunitense ha deciso di alzarsi dalla panchina e scendere in campo per segnare un gol nella partita mineraria che definirà i futuri equilibri politici, industriali e finanziari.
Di Guglielmo Calvi. (Inside Over)