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Teheran avverte Trump : «nessuna ingerenza». Proteste e sangue riaccendono la tensione con gli USA

(Roma, 02 gennaio 2026). Dopo le parole del presidente su un possibile intervento, l’Iran risponde parlando di destabilizzazione regionale. Sullo sfondo scontri, 7 morti e arresti nelle manifestazioni contro la crisi economica

Teheran ha lanciato un avvertimento diretto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, invitandolo a “stare attento” a qualsiasi ipotesi di intervento americano in Iran. Il messaggio è arrivato attraverso dichiarazioni di Ali Larijani, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, ed è la risposta più netta finora alle parole pronunciate da Trump nelle ultime ore.

Il presidente statunitense aveva affermato che Washington potrebbe intervenire qualora le autorità iraniane reprimessero con la forza le proteste in corso nel Paese, sostenendo di essere pronto a reagire se i manifestanti venissero uccisi durante le dimostrazioni. « Se l’Iran sparerà e ucciderà i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America andranno in loro soccorso », ha scritto il presidente americano in un post su Truth. « Siamo pronti a intervenire e pronti a partire ».

Un messaggio pensato per esercitare pressione politica, ma che a Teheran è stato interpretato come una minaccia diretta alla sovranità nazionale. Secondo Larijani, un’eventuale ingerenza americana non si limiterebbe a colpire l’Iran, ma rischierebbe di destabilizzare l’intero Medio Oriente e di danneggiare gli interessi statunitensi nella regione.

Nelle ultime giornate diverse città iraniane sono state attraversate da proteste che sono rapidamente degenerate in scontri violenti con le forze di sicurezza. Le manifestazioni, iniziate alla fine di dicembre per il peggioramento delle condizioni economiche e la svalutazione record della moneta nazionale, si sono estese a numerosi centri urbani, tra cui Teheran, Isfahan, Shiraz e Mashhad.

Secondo dati raccolti da media internazionali e organizzazioni per i diritti umani, negli scontri sono morte almeno sette persone, tra manifestanti e membri delle forze di sicurezza, mentre decine di persone sono rimaste ferite. Le autorità iraniane hanno confermato alcuni decessi, parlando anche di un agente ucciso, e hanno annunciato oltre trenta arresti per reati legati ai disordini. In una delle province più colpite, il Lorestan, almeno tre persone sono state uccise e 17 ferite durante scontri avvenuti nei pressi di una stazione di polizia. Il Centro per i diritti umani in Iran Abdorrahman Boroumand, con sede a Washington, ha intanto denunciato situazioni in cui la polizia ha aperto direttamente il fuoco contro i manifestanti.

Si tratta dei primi morti confermati dall’inizio dell’attuale ondata di proteste, le più estese dagli scontri del 2022 seguiti alla morte di Mahsa Amini. Le manifestazioni, inizialmente incentrate sul caro-vita, sull’inflazione e sul crollo del rial, hanno progressivamente assunto un carattere più politico, includendo slogan contro l’intero sistema di potere.

È in questo contesto che le dichiarazioni di Trump hanno avuto un forte impatto politico. Il presidente americano ha evocato la possibilità di un’azione statunitense come risposta a una repressione violenta, senza però chiarire in che modo e con quali mezzi tale intervento potrebbe concretizzarsi. A Teheran, queste parole rafforzano la narrazione di una pressione esterna costante e vengono utilizzate per compattare il fronte interno contro quella che viene definita un’ingerenza straniera.

Lo scontro verbale è aggravato da precedenti recenti nei rapporti tra Stati Uniti e Iran.

Negli ultimi mesi si sono già verificati attacchi statunitensi contro obiettivi legati al programma nucleare iraniano, seguiti da risposte indirette di Teheran attraverso alleati regionali. Il dossier nucleare resta quindi il principale fattore di instabilità strategica, capace di amplificare ogni crisi interna e trasformarla rapidamente in una questione di sicurezza regionale.

Di Francesca Salvatore. (Il Giornale)

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