(Roma, 06 novembre 2026). Giovedì sera Trump ha detto che potrebbe dover «distruggere quel che resta» dell’Iran; venerdì mattina ha chiamato l’emiro del Qatar, mediatore della proposta iraniana sul nucleare. Teheran: Hormuz resta chiuso.
Giovedì sera, nello Studio Ovale, Donald Trump ha detto che preferirebbe «non distruggere quel che resta» dell’Iran, «ma potrei doverlo fare». Venerdì mattina, poche ore dopo, il presidente ha telefonato all’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani: l’uomo attraverso il quale Teheran ha appena fatto arrivare a Washington una proposta sul nucleare.
La chiamata è stata resa nota dal Diwan emiriale, la corte di Doha, e ripresa da CBS News. I due hanno discusso «gli ultimi sviluppi regionali, in particolare gli sforzi diplomatici volti a ridurre le tensioni». L’emiro ha «sottolineato l’importanza di continuare il dialogo e di affidarsi ai mezzi diplomatici» per «prevenire un’ulteriore escalation». La Casa Bianca, fino a metà mattina, non aveva fornito alcuna informazione sulla telefonata. È il primo contatto noto fra Trump e il mediatore da quando il voto di martedì ha sciolto il vincolo che il presidente si era dato l’8 ottobre: nessun attacco prima delle elezioni.
La minaccia di giovedì è arrivata dopo una riunione con i consiglieri per la sicurezza nazionale. «Ora prenderemo una decisione. Vogliamo andare oltre e garantire che questo non accada mai più ?», ha detto Trump ai cronisti. All’Iran, secondo lui, serviranno «25 anni per ricostruire il Paese». Sul seguito: «Lo saprete molto presto».
Due giorni prima il tono era un altro. Martedì sera, mentre si contavano le schede, Trump aveva detto al Financial Times di non avere piani immediati per nuovi raid. I democratici hanno conquistato Camera e Senato e il presidente stesso ha riconosciuto che il risultato è stato, in parte, una bocciatura della guerra iniziata a febbraio.
La proposta iraniana è sul tavolo americano da giovedì. Un alto funzionario di Teheran ha detto a Reuters che il testo sul dossier nucleare è stato trasmesso tramite il Qatar e che Washington lo sta esaminando. La discussione, però, non comincerà finché non saranno soddisfatte sette richieste iraniane, fra cui la revoca delle sanzioni americane, lo sblocco degli attivi congelati e i risarcimenti per la guerra. Washington insiste che il nucleare entri in qualunque trattativa preliminare. La telefonata a Doha tiene aperto l’unico canale con Teheran nelle stesse ore in cui la Casa Bianca lascia intendere che i bombardamenti possono riprendere.
Le sette condizioni
Le condizioni le ha fissate pubblicamente Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, il 3 novembre su X: «La risposta dell’America ai diritti e alle richieste dell’Iran non è stata convincente». «Solo in questo caso lo stretto di Hormuz sarà riaperto», ha scritto. E in caso di attacco, «su direttiva della Guida suprema alle forze armate, infliggeremo colpi devastanti all’aggressore con armi nuove».
Venerdì Teheran ha ribadito che Hormuz resta chiuso. Rezaei è a Mosca, dove giovedì ha consegnato a Vladimir Putin una lettera della guida suprema Mojtaba Khamenei. Nello stesso giorno il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha telefonato agli omologhi del Golfo per «mantenere la stabilità nella regione».
Lo schema del baratto è vecchio di sei settimane. Il 25 settembre Araghchi aveva consegnato ai mediatori qatarini un piano: riapertura dello stretto in cambio della fine del blocco navale dei porti iraniani, di deroghe alle sanzioni e dello sblocco di circa 12 miliardi di dollari di attivi congelati. Trump lo ha respinto e lo stesso giorno ha pubblicato su Truth Social un’immagine dello stretto cerchiato in blu con la scritta «TRUMP STRAIT». Il blocco navale è rimasto in vigore. Nella notte di lunedì raid americani hanno colpito Qeshm, l’isola iraniana all’imboccatura dello stretto; Trump li ha definiti di portata minore.
I mercati hanno letto il voto prima della diplomazia. Il greggio è crollato nel corso della settimana sull’attesa che il risultato elettorale spinga Trump verso un accordo con l’Iran, e venerdì è risalito solo leggermente. Esperti del settore sentiti da CBS prevedono che la benzina americana possa scendere sotto i 4 dollari al gallone per la prima volta da luglio.