(Roma, 11 ottobre 2026). Dall’accordo con Putin al carovita fino agli assegni inviati agli elettori: il presidente Usa tenta il tutto per tutto per evitare il disastro alle elezioni di metà mandato
“It’s the midterm, stupid”. Per dare un senso a tutte le iniziative prese da Donald Trump negli ultimi mesi è necessario rispolverare, parafrasandola, la celebre frase di James Carville, stratega elettorale che nel 1992 permise a Bill Clinton di strappare la Casa Bianca a George Bush padre. A differenza di 34 anni fa, quelle previste il prossimo 3 novembre non sono elezioni presidenziali ma sminuirne l’importanza appare impossibile. In occasione delle consultazioni di metà mandato gli americani sono infatti chiamati a rinnovare l’intera Camera dei deputati e un terzo dei senatori. Per i democratici, alle prese con la traversata nel deserto dopo la sconfitta di Kamala Harris e in crisi per l’opa ostile lanciata dai socialisti, il voto in questione è l’ultima occasione per far deragliare l’agenda del Gop e rendere il presidente in carica un’anatra zoppa (come da perfetta tradizione Usa). Sempre che l’anatra non si riveli, come pronosticato ad agosto dall’Economist, un ingrigito e pericoloso gorilla.
Se alla parola “midterm” si sostituisce quella originariamente scelta da Carville, “economy”, appare ancora più chiaro cosa sta muovendo Trump, il quale, nella volata finale della campagna, salta da uno Stato rosso all’altro per galvanizzare i suoi sostenitori. Un tour elettorale che sa di disperazione con l’inflazione che galoppa, ai distributori come nei supermercati, e il tema dell’affordability che trascina verso il basso l’indice di approvazione del commander in chief. E se il crescente costo della vita è rientrato di prepotenza nelle discussioni alla vigilia del voto, affermano commentatori e gente comune, la responsabilità è del leader Usa che il 28 febbraio di quest’anno ha deciso di dare un calcio al vespaio iraniano sperando di chiudere la partita in poche settimane e ritrovandosi invece tra le mani un rompicapo che nel 1979 condannò Jimmy Carter alla sconfitta alle presidenziali.
Una statua abbattuta come a Baghdad, un discorso su una portaerei e sullo sfondo uno striscione con la scritta: “Missione compiuta”. Così The Donald, ancora galvanizzato dall’operazione chirurgica contro Maduro a Caracas, si immaginava forse la fine della Repubblica Islamica. Ed invece eccoci qui, oltre sette mesi dopo, con il regime di Teheran, colpito ma non affondato, che ha ripreso (ha mai smesso?) a minacciare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz mentre i suoi alleati yemeniti colpiscono al cuore l’Arabia Saudita continuando a mandare in crisi uno dei serbatoi energetici globali.
Che l’allarme a Washington sia ai massimi livelli lo si è capito nelle ultime 48 ore quando venerdì l’amministrazione Usa ha annunciato l’accordo con la Russia sul diesel. Un tentativo disperato di immettere diesel della Federazione sul mercato e abbassare la pressione sui prezzi. Troppo poco, troppo tardi, fanno notare gli analisti, ignorati dalla squadra del capo Maga, nonostante la ribellione interna al partito dell’elefante al Congresso. “Trump ha pugnalato Zelensky alle spalle per cinque minuti di tregua” alla vigilia delle elezioni di metà mandato, ha titolato il Daily Telegraph. Un duro commento che ha trovato conferma nelle parole di un funzionario ucraino, il quale consultato dal Kyiv Independent ha dichiarato che il tycoon “ha trascinato tutti in una guerra in Iran, una guerra senza via d’uscita, e ci sta svendendo… Solo per ottenere una tregua temporanea e ingannevole poche settimane prima delle elezioni”. La notizia dell’intesa tra Trump e Putin è oltretutto arrivata mentre la delegazione di Kiev era arrivata a Miami per colloqui sulla de-escalation con gli americani. Le parole del capo della Casa Bianca su Zelensky (“in Ucraina è arrivato il momento di un nuovo leader”, ha detto The Donald) hanno fatto calare il gelo tra i due alleati.
Trump, che tentenna su nuovi attacchi contro l’Iran e valuta di entrare in campo al fianco dei sauditi contro gli Houthi (anche in questi casi l’economia avrebbe un peso nei dubbi del commander in chief), non sembra curarsi delle conseguenze delle sue azioni sui rapporti con i partner, spiazzati ancora una volta dalle aperture degli americani verso i nemici dell’Occidente.
Non è del tutto chiaro quali messaggi i consiglieri dell’amministrazione repubblicani stiano trasmettendo al tycoon. L’attivista di estrema destra Laura Loomer, riferisce il Wall Street Journal, ha incontrato il presidente la scorsa settimana attribuendo le difficoltà della campagna elettorale alla mancanza di “dinamicità” dei candidati repubblicani. Altri assistenti sarebbero stati più oggettivi nel dipingere le fosche prospettive del Gop persino negli Stati più rossi.
Per Trump ruota tutto attorno al 3 novembre. Una data che il miliardario non ha mai perso di vista sin dal suo ritorno a Washington sapendo che il ciclo elettorale negli Stati Uniti è tarato su due anni e alterna votazioni presidenziali a quelle di metà mandato, non meno decisive. Comunque stiano le cose, l’amministrazione repubblicana è consapevole che saranno i temi economici a decidere la partita. Per questo motivo il tycoon pochi giorni fa ha inviato assegni da 500 dollari a centinaia di migliaia di americani in una trentina di Stati come rimborso per addebiti in eccesso, a detta di Trump, legati all’Obamacare durante il mandato di Joe Biden e ha annunciato l’intenzione di inviare assegni da 90 dollari a oltre 20 milioni di anziani per “compensare i premi assicurativi di ottobre di Medicare”. Per non parlare della promessa di corrispondere 5mila dollari ad ogni americano in caso di vittoria del Gop.
In queste ore Politico ha pubblicato un sondaggio che mostra come una debacle repubblicana alle midterm non sia più evitabile. “Potrebbe essere un’ondata che si porta via la Camera, o uno tsunami che travolge il Senato o un asteroide che spazza via tutto il partito?”, si chiede Matthew Bartlett, stratega repubblicano ed ex collaboratore di Trump. “Vedremo, ma i sondaggi e le sensazioni del momento non sono incoraggianti. Nulla sembra andare nella nostra direzione”. Una frase, quest’ultima, che potrebbe essere condivisa dal governo ucraino che si prepara all’inverno più difficile dall’inizio del conflitto con il nemico sempre più spregiudicato e un alleato, quello americano, che potrebbe aver deciso di abbandonare una volta per tutte la causa ucraina.
Di Valerio Chiapparino. (Il Giornale)