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Il cielo di Mosca è il nuovo stretto di Hormuz ?

(Roma, 03 settembre 2026). Con l’avvertimento del 1° settembre Zelensky non minaccia di abbattere aerei. Rende lo spazio aereo russo impossibile da assicurare. È la mossa iraniana nel Golfo, rovesciata contro il nemico e a costo quasi zero

Nel discorso di ieri sera Volodymyr Zelensky ha pronunciato un avvertimento che molti prendono per una minaccia militare e che invece appartiene al terreno dell’economia. Non parla a Mosca. Si rivolge alle compagnie aeree che ancora servono gli scali russi, ai loro assicuratori, ai governi i cui vettori sorvolano la Russia.

La forma è messaggio è chiaro: l’Ucraina non colpirà gli aerei civili, ma nei cieli sopra i principali aeroporti russi ci saranno soltanto droni ucraini, in numero da tenere in conto, e il ministero degli Esteri ucraino consegnerà alle organizzazioni internazionali dell’aviazione un quadro completo dei rischi.

Quell’ultimo dettaglio, che sembra burocrazia, è il cuore dell’operazione. Kyiv non vuole chiudere un cielo sparando, vuole renderlo troppo pericoloso, e troppo costoso, perché qualcuno accetti di assicurarlo.

Va tenuto presente che il cielo non è lo spazio libero che immaginiamo. Gli aerei di linea seguono corridoi fissi, come canali navigabili, e il traffico scorre in poche rotte obbligate. Anche in aria si vola dentro strettoie. La partita quindi non si gioca sulla mappa ma sui conti, e a decidere quali strettoie restano percorribili è il mercato delle assicurazioni contro i rischi di guerra.

Il funzionamento è meccanico. Quelle polizze si rinnovano ogni anno e si calcolano zona per zona. Quando un capo di Stato dichiara ufficialmente pericolosa un’area e la documenta davanti all’aviazione internazionale, gli assicuratori reagiscono: alzano il prezzo per chi sorvola la Russia, escludono quella zona dalla copertura, o smettono di coprirla del tutto. Senza copertura le compagnie restano a terra, perché non lo permettono i loro consigli di amministrazione né i contratti di leasing degli aerei.

E la minaccia è credibile per un motivo preciso: nel dicembre 2024 un aereo civile dell’Azerbaijan Airlines venne colpito dalla contraerea russa che rispondeva a un attacco di droni. Zelensky deve solo mettere agli atti quel precedente. Se un domani un altro aereo verrà abbattuto, gli assicuratori saranno stati avvertiti e le compagnie saranno state imprudenti, e la sola prospettiva di quella responsabilità basta a far salire i prezzi oggi.

Il meccanismo, del resto, è già in moto da prima. Dopo l’abbattimento dell’Azerbaijan Airlines, l’agenzia europea per la sicurezza aerea raccomanda di non sorvolare la Russia a ovest del 60° meridiano est, a qualsiasi quota, una misura tuttora in vigore che cita proprio quell’incidente e i rischi legati alle difese antiaeree e ai disturbi dei segnali satellitari. Nessuna compagnia europea sorvola più quei cieli; a restarci, annota la stessa EASA, sono alcuni vettori di paesi terzi. Zelensky spinge su una porta che i regolatori europei hanno già socchiuso, e la spinge verso gli unici rimasti dentro la stanza.

La leva agisce su un terreno già cedevole. Le assicurazioni aeronautiche di guerra perdono denaro da anni proprio a causa dell’Ucraina, i loro prezzi si sono moltiplicati dall’invasione, restano circa dodici miliardi di dollari di aerei sequestrati in Russia dal 2022 con le cause ancora aperte, e i margini delle compagnie sono così sottili che un rincaro dei premi e qualche rotta più lunga li cancellano. Zelensky non ha acceso l’incendio, ha avvicinato il fiammifero a una miccia già pronta.

Il modello arriva dall’Iran e dai suoi alleati. Teheran lo pratica da anni nello stretto di Hormuz, gli Houthi yemeniti, suoi proxy, lo replicano in quello di Bab el-Mandeb. Non affondano le petroliere, ne sequestrano qualcuna, disturbano i segnali satellitari, evocano le mine, e tanto basta perché i premi assicurativi marittimi si impennino e il traffico paghi o cambi strada.

La differenza è tutta a suo favore. Per l’Iran chiudere Hormuz significherebbe soffocare anche le proprie esportazioni di greggio; mentre, chiudere i cieli russi non costa nulla all’Ucraina: a pagare sono Mosca e i vettori terzi, cinesi, arabi e turchi, che tengono la Russia collegata al resto del mondo.

E dove la chiusura dello stretto resta un’ipotesi da mettere in atto, i droni ucraini volano già a centinaia ogni giorno. A Zelensky è bastato dare un nome a ciò che stava già accadendo, e trasformarlo in un rubinetto da regolare a seconda del tavolo negoziale.

Mosca, per ora, non risponde sul terreno che conta. Da una conferenza stampa in Kirghizistan Putin liquida l’avvertimento come «terrorismo di Stato», sostiene che con i terroristi non si negozia e avverte che a un eventuale danno la Russia reagirà. È una replica politica a un attacco economico: alza il registro morale proprio perché sul piano assicurativo, dove la leva di Kyiv morde, non ha una contromossa.

Di Luigi Ricci*. (Start Magazine)

*Autore di Vaticano Zero Day

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