L'actualité du Proche et Moyen-Orient et Afrique du Nord

I signori di Hormuz : lo scontro Iran-USA e il nuovo Medioevo del Medio Oriente

(Roma, 05 maggio 2026). Lo scontro tra Iran e Stati Uniti ci riporta ai signori feudali che imponevano la propria giurisdizione su territori e rotte commerciali.

Mentre sui media occidentali la dirigenza iraniana viene descritta come divisa, in lotta interna o priva di guida, in realtà i politici della Repubblica islamica preparano il nuovo round del confronto con gli Stati Uniti, sia esso diplomatico o militare. Più che a un ritorno della Guerra fredda, lo scontro tra Iran e Stati Uniti ci riporta per certi aspetti al Medioevo, quando i signori feudali imponevano la propria giurisdizione su territori, rotte commerciali e punti di passaggio strategici.

Oggi il caso emblematico è lo Stretto di Hormuz, dove Teheran è riuscita, attraverso una risposta militare che per alcuni osservatori è stata sorprendente rispetto all’offensiva israelo-americana, a riaffermare la propria capacità coercitiva su una delle vie d’acqua più importanti del pianeta. Come un tempo si imponevano taglie e gabelle, oggi i Pasdaran iraniani, forti della legittimazione derivante dalla capacità militare dimostrata sul campo, condizionano il transito navale nello Stretto con una combinazione di deterrenza psicologica e blocco materiale.

Tale pressione si esercita attraverso il rischio permanente di interdizione, la minaccia di campi minati, la presenza di unità veloci della marina dei Pasdaran e la possibilità di colpire infrastrutture energetiche e naviglio commerciale. Questa capacità si è manifestata in forma concreta anche di recente, quando una petroliera giapponese ha attraversato indenne lo stretto dopo aver sostenuto costi straordinari legati alla sicurezza della rotta, segno di come la navigazione nell’area sia ormai subordinata, di fatto, al consenso implicito dei “signori di Hormuz”.

Ma chi sono davvero queste figure? La narrazione mediatica occidentale continua a raccontare un Iran politicamente frammentato: una Guida Suprema descritta come incapace di esercitare il comando e una classe dirigente già ripiombata nelle tradizionali lotte intestine. In realtà, proprio per la natura conflittuale e competitiva delle relazioni interne alla Repubblica islamica, i dissensi nella gestione della crisi non rappresentano affatto una novità, né per gli osservatori più attenti né, soprattutto, per gli iraniani stessi, che sembrano assorbire tale dinamica con relativa normalità.

Alcune rivalità interne permangono, com’è fisiologico in un sistema policentrico e articolato come quello iraniano. Ma questa pluralità di centri decisionali è strutturale e organica al sistema, non il prodotto di cause esogene come la guerra lanciata da Donald Trump contro il Paese.

Secondo molte analisi occidentali, si starebbero oggi confrontando due fazioni principali: da una parte i Pasdaran, dall’altra i politici d’apparato, in particolare il Ministero degli Esteri, divisi sulla gestione della crisi e sull’eventuale negoziato con Washington. A incarnare questi due poli sarebbero il comandante delle Guardie Rivoluzionarie, il generale Hossein Salami, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. In realtà, questa lettura appare in larga misura aleatoria. Non emergono segnali concreti di una frammentazione strategica, e ancor meno di una rottura.

Esistono differenze di tono, di metodo e di linguaggio politico, ma l’obiettivo resta condiviso: difendere la sopravvivenza del sistema, preservare la capacità deterrente del Paese e affrontare il confronto con gli Stati Uniti da una posizione di forza. Un’altra voce diffusasi nelle ultime settimane riguardava il presunto depotenziamento di uno dei personaggi che, nell’ultimo periodo, hanno acquisito enorme influenza in Iran: Mohammad Bagher Ghalibaf. Secondo diverse ricostruzioni, Ghalibaf sarebbe stato progressivamente estromesso dai centri decisionali oppure ridimensionato dopo aver guidato la delegazione iraniana nell’ultimo round negoziale tenutosi a Islamabad. Anche in questo caso, tuttavia, i riscontri appaiono estremamente fragili. Nulla indica una reale marginalizzazione della sua figura, che continua invece a mantenere saldamente il proprio ruolo nei delicati equilibri della Repubblica islamica.

Va ricordato che Ghalibaf, pur giocando una partita importante nella gerarchia politica iraniana, non rappresenta da solo il vertice del sistema né il comando dell’intero Paese. È però certamente uno dei più rilevanti esponenti della classe dirigente iraniana, anche alla luce della recente scomparsa di numerosi personaggi di prestigio colpiti dagli attacchi israelo-americani. Sotto questo profilo, si può affermare che una forma di regime change vi sia effettivamente stata, ma in un significato assai diverso da quello immaginato a Washington. Il cambiamento non ha prodotto il collasso del sistema, bensì una sua trasformazione interna, accelerata dall’eliminazione di figure di primo piano degli apparati militari e politici e dalla scomparsa della Guida Suprema Ali Khamenei. Il sistema politico iraniano, tuttavia, sembra essere riuscito ad assestarsi. Subirà con ogni probabilità mutamenti profondi, ma non nel senso auspicato dagli Stati Uniti. Più plausibilmente, emergeranno scenari nuovi e difficilmente prevedibili. Anche l’idea di una semplice dittatura dei Pasdaran appare una semplificazione troppo rozza. Le dinamiche interne del potere iraniano restano complesse, stratificate e spesso opache agli osservatori esterni. Non sappiamo ancora quale assetto prenderanno i corridoi del potere a Teheran, ma è certo che i Pasdaran abbiano rafforzato la propria posizione grazie al ruolo decisivo esercitato nella conduzione del conflitto.

Chi sono dunque i signori di Hormuz? Non un singolo uomo, né una sola fazione. Sono piuttosto una complessa rete di militari, politici, uomini dell’intelligence, tecnocrati e settori dell’imprenditoria che muovono le fila dell’attuale macchina del potere iraniano. Un potere che, come si diceva all’inizio, si manifesta soprattutto nel controllo dello Stretto di Hormuz e nella costante capacità di pressione sui Paesi del Golfo Persico. Tornando alla metafora medievale, l’Iran oggi appare in grado di imporre, con la persuasione e con la forza, il rispetto delle proprie regole. Gli episodi recenti e il sostanziale fallimento del blocco navale americano mostrano tutta la resilienza e la forza di questa nazione, che già definivamo come la quarta potenza di un mondo globalizzato ormai definitivamente in crisi.

Di Alessandro Cassanmagnago. (Inside Over)

Recevez notre newsletter et les alertes de Mena News


À lire sur le même thème