(Roma, 22 aprile 2026). Donald Trump ha concesso ancora pochi giorni di tregua in attesa dell’Iran. Le divisioni interne a Teheran rischiano però di far fallire i negoziati e riaccendere la guerra
Donald Trump attende una proposta iraniana per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Il presidente statunitense sarebbe disposto a concedere altri tre o cinque giorni di cessate il fuoco per consentire a Teheran di riorganizzarsi in vista di nuovi negoziati. Non sarà, spiegano fonti diplomatiche Usa, una tregua a tempo indeterminato, nel senso che, scaduti i termini, le ostilità riprenderanno come e più di prima. Pare che Trump stia dando alle fazioni in seno al governo iraniano la possibilità di risolvere la contesa interna per poi tornare a trattare. In caso di fumata nera, la tregua terminerà senza alcun accordo.
Spaccature interne: cosa succede in Iran
Secondo quanto riportato da Axios, i negoziatori di Trump credono che un accordo per porre fine alla guerra – e affrontare ciò che resta del programma nucleare iraniano – sia ancora raggiungibile. Allo stesso tempo la Casa Bianca osserva con preoccupazione quanto sta accadendo in Iran. Il timore più grande dell’amministrazione statunitense, infatti, è che a Teheran non ci sia nessuno con il potere di raggiungere un’ipotetica intesa. E questo per colpa delle numerose fazioni di potere che si stanno scontrando tra loro su come comportarsi.
La situazione è più o meno questa: a Guida Suprema Mojtaba Khamenei comunica a malapena, mentre i generali delle Guardie Rivoluzionarie – che ora controllano il Paese – e i negoziatori civili iraniani sono apertamente in disaccordo sulla strategia da portare avanti. « Abbiamo constatato che all’interno dell’Iran esiste una frattura assoluta tra i negoziatori e i militari, con nessuna delle due parti in grado di accedere alla Guida Suprema, la quale non risponde », ha dichiarato un funzionario Usa anonimo.
Queste fantomatiche divisioni sarebbero state notate dagli Stati Uniti dopo il primo round di colloqui a Islamabad, durante il quale è apparso evidente che il comandante delle Guardie Rivoluzionarie, il generale Ahmad Vahidi, e i suoi vice avevano respinto gran parte di quanto discusso dai negoziatori iraniani. La spaccatura è emersa pubblicamente lo scorso venerdì, quando il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz, e le Guardie Rivoluzionarie si sono rifiutate di attuare la manovra attaccando pubblicamente l’alto funzionario.
L’ultimatum di Trump
Nei giorni successivi, l’Iran non ha fornito alcuna risposta sostanziale all’ultima proposta statunitense e si è rifiutato di impegnarsi per un secondo round di colloqui in Pakistan. In base a quanto emerso, la frattura iraniana sarebbe in parte una conseguenza dell’assassinio, avvenuto a marzo per mano di Israele, di Ali Larijani, precedente segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano.
Larijani aveva l’autorità e il peso politico necessari per tenere unito il processo decisionale dell’Iran. Il suo sostituto, Mohammad Bagher Zolghadr, il cui compito è quello di coordinare i rapporti tra le Guardie Rivoluzionarie, la leadership civile e la Guida Suprema, non starebbe invece riuscendo a mediare tra le varie fazioni.
« Sembra proprio che Trump non voglia più ricorrere alla forza militare e abbia deciso di porre fine alla guerra », ha affermato una fonte statunitense vicina al tycoon. Attenzione però, perché se i mediatori pakistani non riusciranno a ottenere la partecipazione iraniana entro i tempi previsti da Trump, l’opzione militare tornerà sul tavolo.
Di Federico Giuliani. (Il Giornale)