(Roma, 05 aprile 2025). Il ministro degli Esteri turco, dopo giorni di grande tensione, ha abbassato la temperatura, dicendo che il suo Paese non vuole confronti militari con Israele in Siria perché la Siria appartiene ai siriani, non alla Turchia. Lo sguardo è mirato verso un possibile avvicinamento tra Trump ed Erdogan
Già negli anni precedenti la fine del secolo scorso, l’uomo che per tanti anni era stato il più stretto collaboratore di Gamal Abd el Nasser, Muhammad Heykal, espresse come al suo solito una tesi molto forte sul disastro arabo che vedeva, dicendo che le loro terre erano diventate il “campo neutro” dove si giocava la partita di altri. Gli altri erano i grandi soggetti; russi e americani a livello mondiale, poi i grandi attori regionali. Tra questi era impossibile non vedere, soprattutto a quel tempo, l’ Iran, il cui espansionismo ha coinvolto molto terre arabe; ecco perché si può ritenere che se c’è un leader arabo che sarebbe d’accordo con l’urgenza di voltare pagina è il presidente libanese Joseph Aoun, che nel suo discorso d’insediamento ha chiaramente detto che lo stato deve tornare ad avere il monopolio sull’uso della forza e delle armi nel Paese, affermando dunque che Hezbollah, milizia khomeinista e quindi allineata agli interessi iraniani, deve disarmare, come le altre milizie hanno fatto da anni.
L’argomento è stato al centro dei suoi colloqui odierni con l’inviata speciale statunitense, Morgan Ortagus, ottenendo importanti dischi verdi sulle vitali riforme economiche: secondo il quotidiano L’Orient Le Jour, Aoun avrebbe ottenuto la non imposizione di scadenze precise sulla questione del controllo delle armi, ferma restando la necessità di applicare la risoluzione 1701 dell’Onu che ha portato al cessate il fuoco e che impone nei 30 kilometri dal confine con Israele solo di armi dell’esercito e dell’Unifil, l’apprezzamento del lavoro sin qui fatto dall’esercito per riprendere il controllo del territorio, e una valutazione preliminarmente positiva di due sue proposte: istituire un comitato tecnico militare e avviare una diplomazia-navetta per risolvere le dispute irrisolte tra le due parti (Libano e Israele) , a partire dai confini terrestri.
Piccoli passi avanti, sembrerebbe, mentre emerge però il temibile confronto tra Israele e Turchia, nella Siria dell’oggi.
Tutto si può immaginare tranne che uno scontro possa essere nell’interesse di un Paese in macerie come la Siria, ma la precarietà, la commistione del nuovo potere con ambienti jihadisti e la dipendenza da Ankara fanno emergere un timore: Ankara vuole espandersi militarmente in Siria per guidare un nuovo fronte “islamista” di cui sarebbe la guida? Ha scritto Francesco Petronella sul sito dell’Ispi: “Le autorità israeliane hanno fatto capire sin da subito di non fidarsi dei nuovi arrivati, saliti al potere dopo un’offensiva lampo durata solo undici giorni, ma la posta in gioco riguarda anche lo scontro, sempre meno latente, tra Israele e il principale sponsor regionale di Damasco: la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Ankara vanta l’esercito più potente del Medio Oriente e punta a fare della Siria la propria piattaforma militare avanzata. Vicina, forse troppo, ai territori israeliani”.
Israele in questi giorni ha colpito in Siria diverse installazioni militari in Siria per impedire che i turchi possano usarle per installarvi i loro missili, forse gruppi armati ad essa collegati, o propri tecnici e militari. È alle viste un nuovo espansionismo turco? Per la Siria comunque non sarebbe proprio l’auspicata discontinuità metodologica con il regime di Assad, cambierebbero i conduttori delle basi militari, prima i russi e gli iraniani, ora i turchi. Per molti Damasco non può ricostruire un suo vero esercito nazionale, anche per problemi i interni, cioè i citati attriti tra le varie comunità siriane ancora divise tra di loro, anche perché i suoi leader hanno dall’inizio un rapporto strettissimo con Ankara, che non è certo amica ad esempio dei curdi siriani.
C’è chi teme che la situazione possa sfuggire di controllo, anche per le aree grigie che si vedono tra eserciti e miliziani connessi ai regimi, come la determinazione israeliana a impedire ogni consolidamento che le appaia rischioso (la cosiddetta “strategia periferica”). Ma ci sono i rapporti con Washington: Erdogan, inseguito dalla contestazione interna dopo l’arresto del suo sfidante nella corsa alle prossime presidenziali, punta su un loro miglioramento, e anche Trump potrebbe avere la stessa intenzione, secondo i più. E forse è per questo che il ministro degli Esteri turco, dopo giorni di grande tensione, ha abbassato la temperatura, dicendo che il suo Paese non vuole confronti militari con Israele in Siria perché la Siria appartiene ai siriani, non alla Turchia. Ankara dice che non intende trasformare la Siria in un’altra punto di attrito regionale. I timori esistono e le parole del ministro degli Esteri turco non basteranno a fugarli, ma non li accentuano. Soprattutto se si considera che un altro confronto, quello tra Stati Uniti e Iran, potrebbe accavallarsi con questo. Washington propone un negoziato per chiudere il discorso sul nucleare iraniano, altrimenti ci sarebbe solo l’opzione bellica. E come andrà nessuno può dirlo oggi.
È chiaro che si tratta di un momento regionale estremamente delicato, nel quale la traccia di presenza araba è data dal ruolo di “smussatore” degli angoli che andrebbero assumendo i sauditi. È l’indizio che può far dire che gli arabi non siano solo spettatori in confronti che riguardano il loro futuro. È una linea che emerge dopo il fallimento delle ideologie del passato, panarabismo e panislamismo, per trovare il modo per ricostruire un ruolo arabo che guardi al proprio futuro.
Di Riccardo Cristiano. (Formiche)