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La Russia punta il Sahel. Lì si giocherà la rivalità con gli europei

(Roma, 25 ottobre 2022). Il colpo di stato in Burkina Faso e il ritiro della Francia dal Mali aprono vuoti di potere che la Federazione Russa è pronta a colmare. L’area sub-sahariana è al centro di una competizione agguerrita tra potenze interessate alle grandi risorse naturali e ai traffici che l’attraversano. Sullo sfondo, la temuta compagnia Wagner

Il Burkina Faso ha subito, lo scorso mese, il quarto colpo di stato in due anni, esemplificando la profonda ondata di instabilità che vive oggi l’Africa Occidentale. La Francia, storicamente impegnata nell’area sub-sahariana, sta soffrendo del fallimento delle operazioni “Barkhane” e “Takuba” e di una generale crisi di legittimità, derivante dall’astio delle popolazioni locali verso quella che viene ancora percepita a tutti gli effetti come una nuova presenza coloniale — presenza per peraltro inutile visto che ha fallito nella sua missione di portare sicurezza e stabilità nella regione contro i vari gruppi jihadisti che si propagano nell’area.

Il colpo di stato, che ha portato al potere il giovane capitano Ibrahim Traoré, è stato accolto con ostilità dall’Unione Africana, dall’Europa e dagli Stati Uniti, ma diversi Paesi hanno fatto le loro congratulazioni al nuovo leader. Su tutti spicca la Federazione Russa. Mosca è presente in Africa con attività pervasive che ruotano attorno alla vendita di equipaggiamento e servizi di difesa e sicurezza per ottenere in cambio interessi di carattere politico e commerciale (su materie prime anche particolari come le terre rare, l’oro il nickel).

Questa attività è stata pianificata come shift strategico dopo l’annessione della Crimea, quando le sanzioni occidentali avevano chiuso parte del mercato a Mosca, che ha allora cercato di allargare la sua fascia d’azione geostrategica all’Africa. Nel 2015 l’accordo di cooperazione con Zimbabwe è stato il primo di una serie di intese che hanno avuto come snodo di interesse le armi. Nei tre anni successivi la Russia ha stretto accordi di cooperazione Ghana, Nigeria, Niger, Mozambico, Guinea, Rwanda, Zambia, Tanzania, Sierra Leone, Sudan, Ciad, Cameroon, Etiopia, Eswatini.

In diverse delle attività con cui questi accordi sono implementati, il ruolo del Wagner Group è di primo piano, come vettore di influenza al di fuori degli schemi ordinari e delle forze regolari. Sono ormai famose le immagini di manifestanti che espongono la bandiera russa in Paesi come il Mali, la Repubblica Centrafricana e, appunto, il Burkina Faso. Quelle bandiere sono anche frutto di campagne di infowar condotti dai miliziani russi.

Dal punto di vista della narrazione, il Cremlino si presenta come una forza alternativa alle potenze europee, la Francia su tutte, inserendo il suo modello di cooperazione anche nel dibattito pubblico preso ancora dal passato colonializzato e interessato a risolvere in fretta le problematiche di sicurezza — argomento su cui i governi, come la giunta burkinabé dimostra, si giocano la loro esistenza.

La forza mercenaria comandata da Yevgeniy Prigozhin riveste fondamentalmente il ruolo di presidio di sicurezza presso le principali infrastrutture rilevanti per Mosca, soprattutto le miniere. Ma gioca ufficialmente una funzione di contrasto al terrorismo jihadista a fianco delle forze armate di alcuni governi locali, come la giunta militare in Mali. Tra l’altro queste dinamiche si riflettono nel sostegno che Mosca ottiene nelle sedi Onu, con la gran parte degli Stati africani che non si schiera contro la guerra in Ucraina.

Come riporta il Washington Post, è altamente probabile che la nuova giunta militare burkinabé si orienterà verso legami ancora più saldi con Mosca, allontanandosi dai partner europei (leggi: Francia, e in minor misura Italia). Ma la Russia riveste un ruolo nel Paese. L’ambasciatore americano alle Nazioni Unite Linda Thomas-Greenfield ha detto di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che “piuttosto che essere un partner trasparente nell’aumentare il livello di sicurezza, la Wagner sfrutta gli stati clienti che pagano questi brutali servizi di sicurezza in oro, diamanti, legname e altre risorse naturali. Questo è parte del modello di business del gruppo”. E ha poi proseguito: “Sappiamo bene come questi profitti vengano utilizzati per finanziare la macchina da guerra russa in Africa, nel Medio Oriente e in Ucraina.”

D’altronde si tratta di grosse riserve di oro e altri minerali preziosi che fanno gola a chiunque e la Russia si muove secondo necessità e strategia. Non è certo una novità che la Federazione Russa sfrutti i vuoti di potere nella regione sub-sahariana, ma la differenza con quanto accade oggi è che per la prima volta Mosca sembra aver mosso un ruolo attivo, di coordinamento durante il colpo di stato.

Come spiega un’analisi dell’International Crisis Group, l’area del Sahel è diventata una nuova arena di competizione tra Occidente e Russia, e naturalmente questa dinamica impatta fortemente in maniera negativa sullo sviluppo della pace nella regione.

Il caso del Mali è particolarmente istruttivo. La Francia è stata impegnata in una missione anti-terrorismo nel Paese per un decennio, ingaggiata in operazioni di combattimento soprattutto nel Nord contro le formazioni separatiste Tuareg e i gruppi legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico. Nel concreto questi gruppi abbandona i precetti haram e competono per il controllo delle rotte commerciali verso l’Africa del Nord (e quindi l’Europa). Esseri umani, stupefacenti, armi, risorse naturali, ogni genere di traffico attraversa queste zone poverissime. Dopo un breve successo iniziale, la missione francese si è insabbiata, scontrandosi soprattutto con carenza problemi tecnici e necessità di riduzione dei grandi fondi necessari.

I risultati non sono arrivati nel modo atteso, e anche tramite le campagne di infowar russe, è cresciuta l’ondata di risentimento da parte della popolazione locale. L’obiettivo della missione era quello di limitare l’espansione del jihadismo nel Sahel, che è invece aumentato drasticamente.

In questo scenario la Russia ha gioco facile nel presentarsi come alternativa. All’Assemblea Generale dell’Onu di settembre, Abdoulaye Maiga — scelto ad agosto dalla giunta golpista del colonnello Assaimi Goita per guidare il governo — ha celebrato la “esemplare e fruttuosa cooperazione tra il Mali e la Russia”, basata sulle capacità russe di “abbandonare il passato coloniale e ascoltare la rabbia, la frustrazione e il rifiuto che sale dalle città e dalle campagne africane, e comprendere che questo movimento è inesorabile”.

Certo, le voci soddisfatte dell’operato di Mosca che arrivano fin qui sono quelle dei funzionari, dei politici, degli uomini di potere locali. Tra la popolazione qualcosa cambia, anche perché a volte si trova a fare i conti con la presenza a casa propria di un esercito violento e discriminatore, accusato di una serie di crimini di guerra, tra cui spiccano le esecuzioni extra-giudiziarie, come l’uccisione di circa trecento persone in un villaggio nel Mali centrale nel marzo 2022.

È possibile solo parzialmente immedesimarsi nelle sensazioni psicosociali dei maliani o burkinabé, ma tendenzialmente si vive in un incubo ad occhi aperti, una sorta di far West in cui — in mezzo al blocco dello sviluppo e in alcuni casi alla mancanza anche di prodotti di prima necessità — è difficile scorgere grandi differenze tra gli interventi stranieri. Ossia tra la Wagner e la Legion Etrangère, se non forse che questi ultimi parlano la stessa lingua dei colonizzatori che se ne sarebbero tecnicamente andati negli anni sessanta, e che gli altri riescono a sfruttare certe vulnerabilità con continue campagne di disinformazione e propaganda.

Di Matteo Turato. (Formiche)

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