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Mistero nel Mare di Norvegia: scomparsi cavi per la sorveglianza sottomarina

(Roma, 14 novembre 2021). Oslo, abbiamo un problema. No, non è un errore di trascrizione, ma una frase che può sintetizzare quanto accaduto in Norvegia, dove, in base alle rivelazioni Dagens Næringsliv, sono scomparsi diversi chilometri di cavi che collegano i sensori per la sorveglianza sottomarina. Circa quattro chilometri su 60. Il danno è stato talmente importante da avere messo fuori servizio diversi sensori del sistema Lofoten-Vesterålen (LoVe), un sistema che, operativo dal 2020, rappresenta il primo schermo di controllo per Oslo su tutto quanto accade al largo delle coste della Norvegia settentrionale.

Perché è fondamentale il LoVe

Il sistema nasce come strumento per misurare la qualità dell’oceano. I dati scientifici servono all’istituito di ricerca per controllare lo stato del mare, dei banchi di pesci, le temperature e le correnti e comprendere l’impatto dei cambiamenti climatici su quel tratto di mare. Ma al netto dell’interesse ambientale, è chiaro che un sistema di sorveglianza dell’oceano in un’area così densa di passaggi di imbarcazioni e sottomarini Nato e russi interessa molto anche dal punto di vista strategico.

I dati, spiega il sito specializzato The Drive, vengono infatti prima analizzati dal Norwegian Defence Research Establishment e poi consegnati agli scienziati dell’Imr per analizzarli dal punto di vista ambientale. Un doppio passaggio che fa comprendere l’importanza di questa rete di sensori, e il motivo per cui dell’incidente sono state avvertite immediatamente le autorità norvegesi. La scoperta riguarda la sicurezza nazionale.

In base a quanto scoperto dal Dagens Næringsliv, il sistema LoVe ha iniziato ad avere problemi da aprile con la perdita di contatti dal sensore dell’isola di Langøya. I ricercatori hanno poi scoperto che quella “scomparsa” non era stata causata da un guasto, ma mancava un cavo. Non c’era stato quindi solo un danneggiamento, ma era letteralmente scomparsa un’intera sezione che collegava quelli che in gergo tecnico vengono definiti “nodi”. Non solo: oltre alla scomparsa di una parte del cavo, sia il “Nodo 2”, che si trova a circa 250 metri di profondità, sia il “Nodo 3” erano stati trovati in una posizione diversa da quella in cui dovevano stare.

Le ipotesi

Gli esperti dell’istituto di ricerca marina ritengono abbastanza improbabile che si sia trattato di un fatto accidentale. Se si fosse trattato di un cavo tranciato da una nave o da un mezzo di ricerca, sarebbe stato impossibile per l’equipaggio non accorgersene, dal momento che si tratta di una sezione il cui peso è nell’ordine delle tonnellate. E in ogni caso, a parere degli esperti, per compiere una tale operazione di “taglio” servirebbe una potenza che escluderebbe un passaggio fortuito.

Inoltre sembra che dalle prime ricerche cronologiche dei dati satellitari non vi fosse alcuna nave che, ufficialmente, navigava in quelle acque nel momento in cui i sensori hanno smesso di funzionare. Il che fa sospettare che un’unità nemica, con transponder spento, abbia operato nella più completa oscurità. I media norvegesi parlano di due imbarcazioni presenti in un’area non troppo distante da dove è avvenuto il fatto: ma sulla loro identificazione è calato il silenzio.

Quindi la domanda sorge spontanea: chi è stato? Tre sono le ipotesi che in questo momento vengono vagliate in modo più concreto. Da una parte c’è la possibilità che sia stato l’effetto di una ricerca petrolifera non andata a buon fine. O magari non realizzata a regola d’arte con una perforazione che è andata a intaccare proprio quell’area tracciata dai sensori. C’è anche chi ipotizza che i cavi si siano fatalmente aggrovigliati, nonostante, come detto, molti dubitino del fatto che tutto questo possa essere avvenuto senza la mano dell’uomo. La terza ipotesi, che getta invece un’ombra da “spy story”, punta invece dritta sulla Russia.

La pista russa

La “pista russa” si basa principalmente su tre elementi. Innanzitutto quella sezione di cavo si trovava nei pressi di una delle più importanti rotte della Flotta del Nord. Un percorso utilizzato sia dalla flotta di superficie che da quella sottomarina per navigare nelle acque dell’Atlantico passando il famigerato Giuk Gap, barriera marina che identifica la porta dell’area sotto controllo Nato. Se quel sistema è fondamentale per monitorare il passaggio dei sottomarini nel Mare di Norvegia, molti osservatori ipotizzano che quel cavo desse fastidio a chi non vuole essere visto dall’Alleanza Atlantica: quindi alla Marina di Mosca. Non è escluso anche un motivo più tecnico: capire cosa si nasconde dietro quei sensori è uno strumento utilissimo per comprendere gli avanzamenti tecnologici dei Paesi limitrofi nella sorveglianza marina.

Del resto non è un mistero che Norvegia e Russia siano spesso ai ferri corti sul fronte dello spionaggio visto Oslo è uno dei bastioni Nato nel monitoraggio dei movimenti russi. Come riporta Agi/Interfax, il ministero della Difesa russo ha confermato che in questi giorni due suoi Tupolev Tu-160 hanno effettuato un  pattugliamento “sulle acque neutrali dei mari di Barents, Norvegia e del Nord”. Voli che sono stati controllati dai caccia Eurofighter Typhoon dell’aviazione britannica. A conferma quindi che quel tratto di mare è molto attenzionato dalle forze armate del Cremlino.

Yantar e Losharik, gli incubi delle flotte Nato

Oltre a questo, gli analisti sottolineano che la Russia sarebbe effettivamente in grado di svolgere un’attività di questo tipo sui cavi sottomarini. Missioni per le quali ha in particolare due unità preposte: lo Yantar e il “misterioso” sottomarino Losharik. La prima è una nave-spia che negli ultimi mesi ha dato diverso filo da torcere all’Alleanza atlantica, e in particolare a irlandesi e britannici. A settembre era apparsa nella Manica dopo alcune settimane di navigazione intorno alle coste dell’Irlanda ed aveva allarmato tutta la Royal Navy, terrorizzata dall’idea che quell’unità russa potesse mettere fuori uso i cavi sottomarini. Del Losharik, invece, si sa addirittura ancora meno dello Yantar, perché l’intelligence navale russa ha praticamente coperto ogni tipo di azione su questo sottomarino. Molti sospettano che in realtà dopo l’incidente del 2019 sia andati definitivamente perso. Altri ritengono che il sommergibile sia invece perfettamente operativo e in grado di colpire di nuovo.

Il sospetto dei media norvegesi è che dietro vi sia dunque la mano di Mosca. Anche se ovviamente è solo una delle piste. Forse quella più affascinante, o magari quella vera. Ma per adesso resta un’ipotesi che chiaramente è difficile possa avere conferme. I servizi della Norvegia e della Nato sono al lavoro per cercare di comprendere cosa abbia tranciato e rimosso quei chilometri di cavi sottomarini. Quello che è certo è che ora Oslo ha un problema.

Di Lorenzo Vita. (Il Giornale/Inside Over)

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