(Roma, 28 ottobre 2026). Il Wall Street Journal rivela l’avvertimento di Washington agli alleati del Golfo: dopo le elezioni di metà mandato una campagna «breve e intensa» contro l’Iran. Trump non ha deciso, ma Patriot, portaerei e Marines sono già in movimento.
Gli Stati Uniti hanno avvertito diversi Paesi arabi del Golfo di prepararsi a una campagna militare «breve e intensa» contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Lo scrive il Wall Street Journal, che cita fonti informate sulle comunicazioni, trasmesse per canali diplomatici e militari. Il presidente Donald Trump non ha ancora deciso.
Un’ipotesi di lavoro, dunque, non ancora un ordine. Secondo il quotidiano, Trump propende però per attacchi su larga scala contro infrastrutture, anche energetiche, siti nucleari e capacità missilistiche e di droni. I movimenti sul terreno sono già cominciati: una batteria di missili Patriot trasferita dal Texas, truppe spostate dalle basi più esposte al fuoco iraniano, scorte di munizioni ricostituite, bombardieri e caccia predisposti. A novembre sono attesi nella regione un gruppo d’attacco con portaerei e un’unità dei Marines. Israele si prepara a partecipare.
La Casa Bianca non ha confermato né smentito. Un portavoce ha detto che l’amministrazione non commenta «piani militari sensibili che potrebbero esistere o no» e che «il presidente Trump tiene tutte le opzioni sul tavolo perché l’Iran non abbia mai un’arma nucleare». Teheran ha promesso ritorsioni, anche contro obiettivi energetici della regione. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian non ha replicato direttamente al quotidiano americano.
In pubblico Trump ha scelto l’allusione. «Vedrete l’Iran fra un paio di settimane, se non vi dispiace», ha detto a un comizio. La guerra finirà «quando lo vorrò io», ha ripetuto: «sarà molto rapida, ma dobbiamo chiudere nel modo giusto». Il calendario lega così la guerra alle urne: il colpo, se arriverà, cadrà a elezioni già chiuse.
Il conto è già alto. Il Comando centrale, che guida le operazioni americane in Medio Oriente, ha stimato al 16 ottobre almeno 47,1 miliardi di dollari di spesa, un quarto in più rispetto alla stima di luglio, secondo un documento fornito ai parlamentari e confermato da Reuters. Circa 29 miliardi servono a rimpiazzare le munizioni consumate, altri 6,1 miliardi coprono aerei e droni perduti, il resto sono costi di personale, trasporto aereo e basi. Non sono compresi i danni alle installazioni americane colpite dai missili e dai droni iraniani.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth tre mesi fa aveva parlato di 37,5 miliardi; a inizio settembre erano diventati 43,6. Per Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, il costo ricade su ogni famiglia americana per circa 2.000 dollari.
Pezeshkian al Cremlino
Per capire il peso dell’avvertimento bisogna tornare a febbraio, quando la guerra è cominciata. Otto mesi dopo lo Stretto di Hormuz, la porta del petrolio del Golfo, resta bloccato e la popolarità del presidente è in calo. Martedì, mentre il Wall Street Journal pubblicava la sua ricostruzione, Pezeshkian era a Mosca per l’ottavo vertice del Forum dei Paesi esportatori di gas, nel Gran Palazzo del Cremlino.
A Vladimir Putin ha detto: «Credo che siamo in grado di risolvere i nostri problemi nella regione senza fare affidamento sugli Stati Uniti». E ha aggiunto che «non c’è bisogno dell’assistenza americana nella regione, un punto su cui alcuni Paesi potrebbero dissentire, ma in realtà non è così». L’interscambio fra Teheran e Mosca «cresce di giorno in giorno», ha detto, e le sanzioni americane spingono i Paesi colpiti a cooperare, fino alla sicurezza e agli affari militari. Putin ha parlato di una situazione che «desta preoccupazione» e si è augurato un miglioramento.
A margine del vertice l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, ha incontrato Pezeshkian: sul tavolo la guerra e lo Stretto di Hormuz. I ministri degli Esteri di Egitto e Arabia Saudita hanno concordato di mantenere il coordinamento per contenere l’escalation. I Paesi produttori dell’Opec+ si riuniscono domenica.
L’avvertimento non dice che cosa succede dopo la campagna «breve e intensa». Non dice come si riapre Hormuz, né che cosa accade se Teheran colpisce davvero gli impianti energetici del Golfo, come ha promesso. L’ambasciatrice americana all’Onu ha detto che la guerra potrebbe durare un altro anno.