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Iraq, l’ultimo soldato americano lascia il Paese dopo 23 anni : Baghdad festeggia il «Giorno della sovranità»

(Roma, 30 settembre 2026). Il comando Usa annuncia il ritiro completo dall’Iraq dopo 23 anni. Parate e «Giorno della sovranità» a Baghdad, mentre Erbil perde i Patriot sotto i droni iraniani e le milizie filoiraniane festeggiano

Convogli con bandiere e nastri, parate delle forze di sicurezza a Baghdad e a Najaf, e in piazza Saadoun un cartellone: «Riprendersi la decisione e costruire la casa». L’Iraq festeggia. Il comando Usa per il Medio Oriente ha annunciato oggi, mercoledì 30 settembre, il completamento del ritiro di tutte le truppe americane dal Paese: gli ultimi soldati sono partiti dalla base aerea di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, e con loro finisce la missione «Inherent Resolve», nata nel 2014 contro lo Stato islamico, riferisce Associated Press. Ventitré anni dopo l’invasione del 2003, in Iraq non resta un militare americano in divisa. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha parlato di una partenza «ordinata» e del «successo di una campagna di 12 anni che ha sconfitto l’Isis come minaccia militare organizzata».

Alla cerimonia di consegna il primo ministro Ali al-Zaidi, in carica da maggio, ha detto che «è cominciata una nuova fase, definita dalla sovranità dell’Iraq, dalla forza delle sue istituzioni, dalla prontezza delle sue forze». Il governo ha proclamato il 1° ottobre «Giorno della sovranità», con celebrazioni fino al 3. Il ministero della Difesa iracheno dichiara il territorio «completamente libero» da forze della coalizione: ieri era stata consegnata anche la base dell’aeroporto di Baghdad. Sono usciti pure gli ultimi britannici. Le «centinaia» di americani che restavano vengono ridislocate in Giordania, da dove la task force continuerà a colpire lo Stato islamico in Siria, dove secondo l’Onu restano fino a 3.000 combattenti. Il conto dei 23 anni: quasi 4.500 militari americani e 179 britannici caduti, almeno 200.000 civili iracheni uccisi secondo Iraq Body Count, organizzazione britannica indipendente.

A Erbil la festa non c’è. Gli americani hanno smontato le batterie Patriot e i C-RAM che quest’anno intercettavano i colpi iraniani e delle milizie. Da quando, il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra all’Iran, il ministero dei Peshmerga — le forze armate della regione autonoma curda — ha contato oltre 1.000 attacchi con droni e missili balistici, fino a 28 al giorno nei momenti più duri; gli artiglieri britannici del RAF Regiment ne hanno abbattuti più di 100 nelle prime sei settimane. Partire «senza la fornitura di un sistema di difesa è motivo di preoccupazione», scrive il ministero. Il premier curdo Masrour Barzani, il cui ufficio è stato colpito il mese scorso da un drone partito secondo le autorità curde dall’Iran, ha detto al Financial Times: «La minaccia è reale, siamo vulnerabili, siamo sotto attacco: restare soli senza un sistema difensivo adeguato è vergognoso». Il Pentagono non ha risposto pubblicamente alle critiche curde.

Chi riempie il vuoto? Kataib Hezbollah, la più potente milizia filoiraniana del Paese, ha annunciato che da oggi la «resistenza islamica» sorveglierà i cieli iracheni. Il suo responsabile della sicurezza ha celebrato «la cacciata delle forze di occupazione, sconfitte» e avvertito al-Zaidi che un governo che non lavora per il popolo «sarà rovesciato con ogni mezzo». Per l’analista iracheno Jasim al-Bahadli «l’Iran guadagna strategicamente dalla partenza della coalizione, perché rimuove una presenza che per anni ha fatto da contrappeso». Baghdad risponde coi propri numeri: il comandante dell’aeronautica, tenente generale Khalid al-Tamimi, ha detto all’agenzia di Stato irachena che dall’inizio del 2026 nessun aereo della coalizione ha operato nel Paese e che gli F-16 iracheni volano da oltre dieci giorni senza supporto esterno. A Falluja, città sunnita a ovest della capitale, lo sceicco Abdul Rahman al-Zobaie ha detto che tutti gli iracheni vogliono la sovranità, ma andarsene «creando un vuoto è ciò che tutti temono». Nel giorno della sovranità, il ritiro toglie a Baghdad poche centinaia di uomini e ai curdi l’unico scudo che quest’anno ha funzionato.

Da Bush a Trump

La presenza che si chiude oggi è passata per tre presidenti e due guerre. Nel 2003 gli americani entrarono a Baghdad; al picco del 2007 erano 170.000 soldati e oltre 500 basi. Barack Obama li ritirò tutti nel dicembre 2011; tre anni dopo, con lo Stato islamico a Mosul, tornarono. La vittoria fu dichiarata nel dicembre 2017, ma 2.500 uomini restarono. La dichiarazione congiunta del settembre 2024 ha fissato l’uscita in due fasi; il 14 luglio, ricevendo al-Zaidi alla Casa Bianca, Donald Trump ha detto: «Non pensiamo di aver più bisogno dei militari lì». Restano l’ambasciata di Baghdad, la più grande del mondo, e una scadenza per il disarmo delle milizie rinviata al 30 giugno 2027.

A Mosul, ieri, una bandiera irachena gigante è stata issata sul minareto al-Hadba della moschea al-Nuri, ricostruito dopo la guerra. Da quel pulpito, nel luglio 2014, il capo dello Stato islamico proclamò il califfato che richiamò gli americani in Iraq; tre anni dopo il minareto pendente, per otto secoli il simbolo della città, saltò in aria nella battaglia per liberarla.

(Notizie Geopolitiche)

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