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Dopo il viaggio del Papa nella Francia che torna a cercare Dio

(Roma, Parigi, 29 settembre 2026). Le folle sono la cifra più evidente del viaggio di Leone in Francia: centinaia di migliaia di persone per le strade e piazze di Parigi, Lourdes e Metz e soprattutto i giovani. Lo Stade de France pieno per la veglia di preghiera dice qualcosa che va oltre la cronaca di una visita papale: mostra che, nella Francia della secolarizzazione, esiste una generazione che torna a farsi domande sulla fede.

I neo battezzati

Nel 2026 sono oltre 13 mila gli adulti battezzati in Francia: 13.234, il 28 per cento in più rispetto all’anno precedente. Dieci anni fa erano poco più di 4 mila. E tra questi nuovi battezzati la fascia più numerosa è quella dei giovani tra i 18 e i 25 anni. È un fenomeno sorprendente perché avviene in un Paese che da decenni viene considerato uno dei simboli della secolarizzazione europea. Ma è sbagliato leggerlo semplicemente come il risultato di una grande strategia di mobilitazione della Chiesa francese. Non c’è dietro questi numeri, una macchina pastorale che abbia improvvisamente trovato la formula del successo. Lo ha spiegato bene ai microfoni di vari media, il cardinale Bustillo, arcivescovo di Ajaccio, figura carismatica, diventato cardinale nel 2023 con Prevost : la Chiesa si trova davanti a persone che chiedono il battesimo perché vogliono capire, credere, dare un senso alla propria vita. E qui comincia la vera sfida. Perché un risveglio della domanda religiosa non si trasforma automaticamente in un risveglio della vita cristiana. Chi arriva alla fede in questa Francia secolarizzata dove non pochi filosofi e pensatori contemporanei hanno evidenziato la perdita da parte del cattolicesimo della capacità di strutturare la società ma la sopravvivenza di frammenti cristiani nell’individuo, identificati nella domanda sul senso, sul limite, sulla morte, c’è bisogno di un accompagnamento alla fede, oltre il catecumenato. Non è casuale allora che Leone XIV, incontrando a Parigi catecumeni e neobattezzati, abbia insistito proprio sulla necessità da parte della Chiesa di accompagnare questo cammino e di offrire una formazione che permetta alla fede di crescere. È forse questa la prima grande questione lasciata dal viaggio francese: se la fede torna a bussare alla porta, la Chiesa deve essere pronta non solo ad aprire quella porta ma soprattutto a non lasciare solo chi entra.

La questione della laicità

Poi c’è la questione della laicità e del piccolo gregge cattolico. All’Eliseo, davanti a Emmanuel Macron e alle autorità francesi, il Papa ha rivendicato il contributo delle religioni alla vita pubblica e al bene comune. La vera laicità, nella prospettiva proposta da Leone, è uno spazio nel quale anche i credenti possono portare le proprie convinzioni nel dibattito pubblico. A Lourdes, davanti alla Grotta di Massabielle, il Papa ha pronunciato parole particolarmente nette. La Grotta, ha detto, «si erge come un santuario della speranza cristiana» dove «nessuna fragilità viene respinta». Ad ascoltarlo uno pensa alle tante storie di fragilità accolta che ha personalmente incontrato nei pellegrinaggi di noi ticinesi a Lourdes.

(E in un Paese nel quale il fine vita è uno dei grandi temi del confronto pubblico, ha aggiunto di fronte ai malati, sempre a Lourdes: «Nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità» e «ciò che è legale non è necessariamente morale».)

È forse il passaggio più netto dell’idea di laicità di Leone espressa in questo viaggio: una legge non esaurisce la domanda su ciò che è eticamente corretto e rispettoso della vera dignità umana; e la voce dei credenti, anche in minoranza, ha pieno diritto di entrare nel confronto pubblico per ricordarlo.

Detto a Lourdes – un “epicentro” della cura dei più fragili – il messaggio è dirompente anche per la forza delle immagini dei malati e dei loro accompagnatori che circondano Leone.

Le “radici cristiane”

Così, le “radici cristiane” ricordate dal Papa il giorno dopo, a Metz, non hanno il sapore dello slogan, ma la forza sia di un valore da coltivare nei cuori di chi torna a Dio e di chi non è mai partito, sia di un humus a cui attingere con umiltà per quella parola e testimonianza fondata nel Vangelo che la Chiesa propone anche all’attenzione del dibattito pubblico.

Di Cristina Vonzun. (catt.ch)

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