L'actualité du Proche et Moyen-Orient et Afrique du Nord

La pace di Versailles : firmato il memorandum USA-Iran, ora parte la sfida della pace duratura

(Roma, 18 giugno 2026). Donald Trump conosce molto meglio gli affari della storia, e scegliendo di firmare alla Reggia di Versailles l’armistizio (ora chiamato “memorandum”) con l’Iran, siglato a distanza dal leader di Teheran Masoud Pezeshkian, lo ha pienamente dimostrato. Versailles 1919 – Versailles…

Donald Trump conosce molto meglio gli affari della storia, e scegliendo di firmare alla Reggia di Versailles l’armistizio (ora chiamato “memorandum”) con l’Iran, siglato a distanza dal leader di Teheran Masoud Pezeshkian, lo ha pienamente dimostrato.

Versailles 1919 – Versailles 2026

A Versailles, nel 1919, la Germania firmò il trattato di pace post-Grande Guerra, che peraltro includeva pesanti riparazioni verso le potenze dell’Intesa; oggi Trump, presidente degli Usa in cui scorre sangue tedesco, come gli ha ricordato il cancelliere Friederich Merz al G7 regalandogli una maglietta della nazionale di calcio, ha siglato nella reggia che fu dei re di Francia un accordo in cui si apre, in caso di pace duratura, a un fondo da 300 miliardi di dollari “per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran”. L’astuzia di Emmanuel Macron, che ha inserito la cena di gala a Versailles nel calendario del G7 di Evian come ultimo atto per trattenere in Francia Trump, ha prodotto questo siparietto, ben evidenziato su X dell’analista e commentatore Arnaud Bertrand.

Parliamo di un passaggio che è simbolicamente importante per certificare un dato di fatto: al netto della retorica, leggendo il testo del memorandum si capisce chi può dirsi vincitore ai punti della Terza guerra del Golfo e chi ha cercato una via d’uscita.

L’Iran sorride

In questa prima fase, infatti, sorride l’Iran: oltre al fondo citato, presenta come una concessione la riapertura di Hormuz, in attesa di possibili missioni internazionali di sminamento , ottiene nero su bianco la possibilità di gestire congiuntamente con l’Oman “la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz”, incassa la prospettiva di una roadmap per la fine delle sanzioni in cambio di concessioni che, a ben guardare, sembrano molto simili a quelle che Teheran era pronta a fare già prima delle due guerre combattute contro Usa e Israele, a giugno 2025 e a febbraio-aprile 2026. Tra questi, l’impegno a non sviluppare armi nucleari, l’apertura a negoziati tecnici per stabilire le quote massime d’arricchimento e lo smaltimento in quota Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) di parte del materiale stoccato.

Donald Trump dovrà ben difendersi dalla prospettiva di aver firmato un accordo ben peggiore di quello da lui rottamato nel 2018, concluso da Barack Obama nel 2015. La guerra scatenata dagli Usa e Israele congiuntamente è stata un disastro strategico in cui nonostante la supremazia tattica Washington e Tel Aviv hanno mancato ogni obiettivo risolutivo. Il regime iraniano è in piedi, il Paese non si è rivoltato, le scorte missilistiche ci sono ancora e la guerra economica mondiale di Teheran ha prodotto gravi danni. Per Trump l’insoddisfacente output militare e, soprattutto, il contraccolpo politico ed economico di una guerra impopolare e foriera di una grande perturbazione energetica che ha alzato l’inflazione (spauracchio del presidente) hanno spinto a questa ritirata tattica che ha portato a un armistizio temporaneo e che bisognerà capire se sarà il preludio di una pace duratura.

Il timore delle guerre infinite

Il difficile viene ora: i negoziati sul nucleare dovranno essere strategicamente ben congegnati e tenere conto anche dell’irrequietezza di Israele, vera sconfitta della guerra, e di quelle frange dell’amministrazione e degli apparati Usa che si chiedono se sia valso la pena combattere per questo esito, dato che secondo il politologo Trita Parsi presuppone una domanda rischiosa, dato che implica il fatto che “una guerra fallimentare debba continuare finché le sorti del campo di battaglia non migliorino in qualche modo e non si possa raggiungere un risultato più favorevole”. Aprendo la strada al rischio di una “guerra infinita” che sembra, oggi, più negli interessi del primo ministro Benjamin Netanyahu che di Donald Trump. Sapranno gli Usa interiorizzare quella che a tutti gli effetti è stata una sconfitta non ammessa ma certificata dal mancato raggiungimento degli obiettivi ? Come vedranno i loro avversari la perdita di potere negoziale insito nella concessione fatta su Hormuz e sugli altri punti in cui Teheran spunta concessioni ? E come la prenderanno gli alleati del Golfo, messi ai margini nel processo negoziale ?

Quella di Trump è una fuga dalle responsabilità camuffata da pragmatismo di pace che sul breve periodo serve come espediente tattico a Washington e all’amministrazione attesa dalle elezioni di metà mandato a novembre ma sul medio-lungo periodo può certificare una riduzione della loro influenza davanti agli occhi del mondo. E in questo senso, si può già dire che l’Iran abbia già cambiato il mondo. Se poi quella di Versailles sarà una firma che aprirà a una pace stabile, è un altro discorso. I precedenti del trattato del 1919 non sono lusinghieri, e proprio evitare la tentazione della “guerra infinita” è una sfida che per Washington può contribuire a un rapido riassorbimento degli errori compiuti.

Di Andrea Muratore. (Inside Over)

Recevez notre newsletter et les alertes de Mena News


À lire sur le même thème