(Roma, 15 maggio 2026). Resta il nodo Iran
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump dice no all’indipendenza di Taiwan alla fine del suo viaggio in Cina. « Non voglio che gli Stati Uniti debbano andare in guerra » dice Trump. Taiwan, già autogovernata, non deve promuovere un’indipendenza formale. Un tema cruciale discusso con il suo omologo cinese Xi Jinping a Pechino. « Non stiamo cercando di fare guerre e, se le mantenessimo cosi’, penso che la Cina sarebbe d’accordo », ha detto Trump a Bret Baier di Fox News in un’intervista. « Ma non stiamo guardando qualcuno che dice: ‘diventiamo indipendenti perche’ gli Stati Uniti ci sostengono' ».
Il viaggio in Cina
Via da Pechino proclamando il pieno successo della tre giorni cinese: sale sull’Air Force One diretto a casa Donald Trump e, soddisfatto, spende tutto il suo ottimismo.
“Una visita storica – dice – che ha prodotto accordi commerciali fantastici”.
Tra lui e Xi Jinping, che Trump definisce “un leader vero, amato dal suo popolo”, la sintonia sarebbe stata perfetta, “a cominciare dal comune desiderio di un Iran senza bomba atomica”, assicura il presidente americano.
Gli accordi economici e la delegazione americana
Dei dettagli delle intese economiche raggiunte, al momento però, si sa poco o nulla. La folta delegazione dei super imprenditori al seguito del presidente degli Stati Uniti magnifica lo sviluppo tecnologico e le potenzialità incalcolabili di un mercato in crescita costante.
Jensen Huang, capo di Nvidia, Tim Cook di Apple, David Solomon, presidente di Goldman Sachs: a tutti brillano gli occhi parlando delle enormi possibilità di business in un Paese da un miliardo e mezzo di persone. Ma cosa riportino in patria di concreto è ancora presto per dirlo.
A Fox News Trump ha dichiarato di avere in tasca un ordine per 200 aerei della Boeing. Il colosso aeronautico non commenta e lo stesso Xi Jinping elude il tema, limitandosi a confermare l’ampliamento della cooperazione bilaterale in vari settori.
Taiwan resta il nodo centrale
Senza dubbio l’accoglienza pechinese è stata sfarzosa. Il messaggio di un’amicizia costruttiva a portata di mano, nell’interesse di tutti, da parte cinese è stato declinato in tutti i modi, ferme restando le questioni non negoziabili.
In testa, il nodo di Taiwan, capace di creare un vero e proprio conflitto, ha ribadito Xi nell’ultimo faccia a faccia di ieri.
“Non è stato l’argomento centrale della missione”, ha minimizzato il segretario di Stato Marco Rubio. Ma i 14 miliardi di dollari in commesse militari americane spesi da Taipei restano, per ora, un macigno sulla via della concordia vera.
Iran, diplomazia e minaccia militare
Da oggi a Washington si ricomincia a lavorare sulle questioni cruciali, a cominciare dalla guerra con l’Iran.
Prima di volare in Cina, alla Casa Bianca si ragionava tra via diplomatica e un possibile ritorno alle armi. La visita a Pechino ha sancito una breve tregua; ora è tempo di scegliere.
“Con Teheran la pazienza sta per finire”, ha avvertito Donald Trump, che però abbassa i toni sul capitolo del nucleare e ammette : “La mezza tonnellata di uranio arricchito che la Repubblica islamica vuole tenere per sé, in realtà, è più un problema di principio che altro”.
“Per sciogliere il nodo potremmo trasferire l’uranio in un Paese terzo come la Russia. Ne ho parlato con Putin”, ha annunciato il ministro degli Esteri iraniano Aragchi, che si è detto pronto ad accogliere con favore lo sforzo della Cina per la pace.
Perché, se la mediazione del Pakistan non è ancora fallita, al momento sembra comunque in difficoltà.
Di Adalberto Baldini. (TG LA7)