(Roma, 28 marzo 2026). Israele continua ad avanzare nel Sud del Libano, annunciando “il dispiegamento di ulteriori truppe di terra come parte di un’invasione iniziata nei primi giorni di marzo”. Un’operazione che – come dichiarato dal ministro della Difesa Israel Katz – punta a estendersi all’intera area a Sud del fiume Litani. L’obiettivo appare sempre più chiaro: preparare un’occupazione di lungo periodo, svuotando una fascia di territorio di circa 20 chilometri dai suoi abitanti libanesi, ai quali è stato intimato di evacuare.
L’offensiva israeliana ha già prodotto conseguenze drammatiche: oltre un milione di sfollati e almeno 1.200 morti, secondo le stime più recenti. Ma è sul piano strategico che si coglie la portata dell’operazione. Israele ha infatti distrutto cinque dei sette ponti che attraversano il fiume Litani, compromettendo gravemente i collegamenti tra il Sud e il resto del Paese. Restano in piedi soltanto il ponte di Khardali – di fatto inutilizzabile, dopo la distruzione delle strade circostanti – e il vecchio ponte di Barghoz, ultimo collegamento ancora attivo.
Il risultato è una frattura territoriale netta: il Libano meridionale è ormai isolato dal resto del Paese. Una separazione che non appare temporanea, ma funzionale a impedire il ritorno della popolazione evacuata nei propri villaggi, consolidando così un nuovo assetto sul terreno.
L’occupazione militare per le risorse energetiche
Formalmente, Tel Aviv giustifica l’avanzata sostenendo la necessità di creare una “zona cuscinetto” nel Sud del Libano, utile a proteggere il proprio territorio dalle incursioni di Hezbollah. Una narrativa securitaria che ricalca schemi già adottati in passato. Proprio sul terreno, Israele sembra aver riscoperto che Hezbollah – dato per neutralizzato solo pochi mesi fa – è tutt’altro che scomparso, continuando a colpire mezzi corazzati e a lanciare missili oltre confini.
Tuttavia, l’idea che Israele voglia solo creare una “zona cuscinetto” nel Libano meridionale appare riduttiva se si tiene presente una prospettiva storica più ampia. Come evidenziato anche da analisi accademiche, il controllo delle risorse idriche è da decenni uno dei nodi del confronto tra Israele e Libano. In un territorio come il Medio Oriente dove l’acqua, il cosiddetto oro blu, è una risorsa ancora più preziosa che altrove, il fiume Litani, che scorre a 20 km dal confine israeliano, rappresenta una asset strategico che da tempo Tel Aviv mira a controllare. Tanto che già nel 2015 la Treccani parlava esplicitamente di “idroconflitto”.
Ma la posta in gioco non si esaurisce all’acqua. Accanto alla dimensione idrica, emerge con forza anche quella energetica legata ai giacimenti di idrocarburi presenti sotto i fondali del Mediterraneo orientale, al largo delle coste israeliane e del Libano meridionale. Come riportato da Piccole Note, nel 2019 Israele tentò di ampliare i confini marittimi a scapito del Libano per sfruttare in solitaria quei giacimenti, le cui risorse sono stimate in circa “600 miliardi di dollari”. Ne nacque una contesa serrata, finita con un compromesso e un acccordo che ha conferito a Israele lo sfruttamento di Karish e al Libano quello di Qana.
Non sembra un caso che, a settembre del 2024, un mese dopo l’uccisione del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, il ministro dell’Energia israeliano Eli Cohen abbia chiesto espressamente di cercare una scappatoia per annullare quello che ha definito il “vergognoso accordo sul gas” firmato con il Libano. Intenzione ribadita all’inizio di questo mese quando l’aggressione contro il Paese dei cedri si è intensificata.
La “Grande Israele”
A tutto ciò si collega anche un ulteriore elemento, meno dichiarato ma altrettanto rilevante. The New Arab riporta un’intervista a Zahera Harb, professoressa al City St George’s, Università di Londra, che osserva: “Israele parla di sicurezza, ma sappiamo che vogliono anche acqua e terra. Abbiamo sentito politici israeliani parlare del Libano come parte del Grande Israele e gongolare”.
Un riferimento che chiama in causa una dimensione tutt’altro che marginale: quella ideologica e messianica che attraversa una parte significativa della società e della classe politica israeliana. In ambienti ultranazionalisti e religiosi – ma non solo – l’idea della “Grande Israele” è infatti un orizzonte ricorrente: uno Stato dai confini estesi che, nella lettura più radicale della Torah, comprenderebbe – oltre all’attuale Israele – i Territori palestinesi, porzioni di Giordania, Siria e Libano.
Non sorprende, allora, che poco prima della distruzione dei ponti sul Litani, Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura di riferimento dell’ala più messianica del governo, abbia dichiarato alla Knesset – con il consueto “garbo” – che “i nostri confini dovranno estendersi fino al Litani”.
Parole che non rappresentano un’uscita isolata, ma si inseriscono in una linea già emersa in altri contesti: dalla Striscia di Gaza, dove Israele ha consolidato una presenza su vaste aree ridotte a macerie, alla Cisgiordania, segnata dall’espansione continua degli insediamenti e dalla violenza dei coloni.
Acqua, gas, Grande Israele, tutti fattori che segnalano come l’avanzata israeliana nel Sud del Libano non sia solo una risposta contingente all’attivismo di Hezbollah, ma il tentativo di portare a compimento una prospettiva geopolitica e una visione religiosa da tempo presente nei piani degli strateghi israeliani e nelle allucinate visioni degli ebrei messianici.
Si tratta di fissare nuova “linea gialla”, per usare l’espressione usata da The New Arab, che replica – anche geograficamente – uno schema già collaudato a Gaza. “Per capire cosa sta succedendo nel Sud del Libano, si deve guardare a Gaza”, scrive il giornale: “ciò che Israele sta facendo ora è una continuazione di ciò che hanno fatto nella Striscia, una ‘gazificazione’”.
Di Claudia Carpinella. (Inside Over)