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Gli F-16 ucraini sanno ancora combattere con i loro cannoni Gatling

(Roma, 12 febbraio 2026). I piloti da combattimento ucraini continuano a svolgere la loro missione di “cacciatori di droni“, mietendo vittime tra gli sciami di droni esplosivi che infestano i cieli delle regioni orientali anche con le armi “secondarie” dei loro aerei. Armi come il cannoncino Gatling M61 Vulcan, che di recente ha fulminato con una raffica un drone Geran-2, lo Shahed di Putin.

giorni scorsi, il video che ha immortalato un drone che esplode a mezz’aria mentre un F-16 dell’Aeronautica Militare Ucraina ci fa ascoltare l’inconfondibile rumore di un cannone M61 Vulcan che scarica una raffica di proiettili da 20mm, dopo aver verosimilmente terminato la sua scorta di preziosi missili aria-aria. Nel sistema di puntamento del pilota, che si ritiene appartenente al 107° Stormo Aviazione Separata, era presente un drone d’attacco unidirezionale di produzione russa noto come Geran-2, derivato del drone di fabbricazione iraniana Shahed-136, che stava quasi per terminare la sua corsa su un obiettivo non identificato.

A caccia di droni russi

Economici, silenziosi e letali, i droni d’attacco unidirezionali acquisiti e implementati da Mosca sono diventati una parte essenziale della strategia russa che punta alla “saturazione” delle difese aeree ucraine per colpire infrastrutture critiche e strutture militari, risparmiando i suoi costosi missili da crociera e costringendo Kiev a sacrificare munizioni e preziosi missili intercettori per eliminare sciami sempre più numerosi, e talvolta accompagnati dai droni esca Gerbera, sviluppati proprio per attirare le difese aeree su falsi bersagli.

È in questo scenario – che ricorda il duello tra le armi di rappresaglia V1, le famigerate bombe volanti di Hitler, e i caccia Spitfire e Tempest della RAF che difendevano i cieli dell’Inghilterra meridionale – che i piloti da caccia ucraini hanno riscoperto la capacità di impiegare le armi secondarie dei loro aerei da combattimento.

I sistemi d’arma che entrano in gioco in un “duello” di questo tipo di abbattimento, se non possiamo considerarlo un dogfight come fanno i russi (che considerano i loro Shahed dei mietitori di vittime nei cieli ucraini, date le perdite che hanno causato tra i piloti ucraini), sono i cannoncini automatici con elevata cadenza di tiro che sparano proiettili di un calibro compreso tra 20 mm e 30 mm. Nel caso dell’F-16 Fighting Falcon, parliamo appunto dell’M61 Vulcan, cannone rotativo a sei canne raffreddato ad aria, derivato dal sistema Gatling, che spara colpi da 20 mm a una cadenza di fuoco di 6.000 colpi al minuto. Impiegato per la prima volta in combattimento nel lontano 1965, il Vulcan ha equipaggiato caccia intercettori come l’F-104 Starfighter, fino all’F-22 Raptor.

L’ingaggio con il cannone Vulcan

L’impiego del cannone M61 Vulcan da 20 mm sugli F-16 rappresenta, sotto il profilo economico e logistico, una soluzione di gran lunga preferibile rispetto al lancio di missili aria-aria, poiché consente di risparmiare armamenti più costosi e meno “sacrificabili” per minacce di livello superiore. (Nel video dell’abbattimento, si può notare un carico sotto l’ala destra dell’aereo, ndr).

Tuttavia, questa scelta comporta un’esposizione ben maggiore per il pilota, costretto a ingaggiare il bersaglio a bassissima quota e a distanza ravvicinata contro obiettivi spesso lenti ma in movimento, in uno scenario che presenta rischi sensibilmente superiori rispetto a un attacco stand-off. Se l’azione riesce, l’efficacia è elevata; in caso di errore, però, le conseguenze possono tradursi rapidamente nella perdita del velivolo e, soprattutto, del suo pilota altamente addestrato. A differenza del missile, l’uso del cannone impone al pilota di puntare il muso dell’aereo verso il bersaglio, tenendo conto anche del rischio di danni collaterali: proiettili vaganti da 20 mm, se sparati alla stessa quota o da una quota inferiore, potrebbero colpire il suolo causando danni o minacciando vite civili.

Per questo, l’attacco ideale avviene dall’alto verso il basso, così che eventuali colpi mancati si schiantino al suolo in modo relativamente innocuo. Il puntamento non avviene “a vista”, ma attraverso il sistema di acquisizione integrato, che calcola distanza e velocità del target e, grazie ai sensori inerziali che rilevano l’assetto del caccia, fornisce al pilota l’indicazione del punto d’impatto previsto. In questo quadro si inserisce la filosofia tipicamente americana del “volume di fuoco”: con una cadenza che può raggiungere i 6.000 colpi al minuto, l’F-16 non punta al singolo colpo risolutivo, ma alla saturazione dell’area, creando una vera e propria scia di proiettili. In un dogfight ad alta velocità, dove le finestre di tiro durano frazioni di secondo, avere più colpi in aria aumenta statisticamente la probabilità di colpire il bersaglio.

Gli F-16 di Kiev a difesa dei cieli ucraini

Non è noto quanti F-16 siano stati consegnati all’Ucraina negli ultimi due anni. Potrebbero essere più di 50, e sono tutti impegnati nelle sortite quotidiane che difendono lo spazio aereo ucraino insieme agli altri jet forniti dagli occidentali – i Mirage 2000 francesi e presto i Gripen svedesi – che secondo le fonti di Kiev hanno portato a oltre 1.000 abbattimenti aerei di droni e missili da crociera. Nelle missioni di combattimento sostenute in questi due anni, l’Aeronautica Militare Ucraina ha perso almeno quattro F-16, causando la morte di tre dei quattro piloti.

Lo sviluppo di tecnologie militari d’avanguardia e il loro schieramento deciderà le sorti delle guerre future. Conoscerle, analizzarle, e cercare di spiegare la loro importanza e il ruolo che svolgono nei conflitti è parte del nostro sforzo quotidiano.

Di Davide Bartoccini. (Inside Over)

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