(Roma, 10 febbraio 2026). Con l’ayatollah Khamenei anziano e indebolito, la Repubblica Islamica sta affrontando il periodo più buio dalla sua nascita
Il 47esimo anniversario della Rivoluzione khomeinista, che portò alla cacciata dello scià e all’instaurazione della teocrazia in Iran, sarà celebrato domani sullo sfondo di quella che lo storico Ervand Abrahamian ha definito « la più grave crisi che la Repubblica islamica abbia mai attraversato dalla sua nascita ».
Le massicce proteste di gennaio contro il carovita, trasformatesi in un grido nazionale contro il regime, sono state represse con una brutalità tale che ha portato anche politici del campo moderato, ma comunque interni al sistema, a chiedere un passo indietro alla Guida Suprema, Ali Khamenei.
Il tentativo di Khamenei di mostrare forza
Anziano, malato e indebolito anche dall’incognita sulla sua successione, il leader iraniano ha pubblicato un videomessaggio invitando la popolazione a partecipare alle manifestazioni previste per domani, con l’obiettivo di mostrare così « la potenza e la dignità della nazione iraniana » e « deludere i nemici ». Organizzate dallo Stato, le marce dell’11 febbraio vengono utilizzate ogni anno dal regime per proiettare la propria legittimità interna e segnalare alla comunità internazionale il « sostegno popolare ». Ma questa volta la teocrazia iraniana avrà più difficoltà a nascondere la profonda crisi che sta attraversando dentro e fuori i suoi confini.
Le sfide esterne dell’Iran
In meno di un anno, Teheran ha affrontato la guerra dei 12 giorni di giugno contro Israele, con i raid americani sui suoi impianti nucleari senza che alleati di ferro come Russia e Cina muovessero un dito; il significativo indebolimento dell’Asse della Resistenza, la rete delle milizie sciite che foraggia nella regione; la classificazione dei Pasdaran, l’esercito ideologico del regime e centro nevralgico del sistema, come gruppo « terrorista » anche nell’Ue e le costanti minacce dell’amministrazione Trump di un possibile intervento militare, mentre è tornato a trattare con gli Usa sul suo programma nucleare.
Le sfide interne e il movimento ‘Donna, vita, libertà’
Internamente, il movimento ‘Donna, vita, libertà’ partito nel 2022 ha innescato cambiamenti radicali e irreversibili: molte donne da oltre tre anni sfidano ormai apertamente una delle pietre angolari della Repubblica islamica, l’obbligo del velo. Intanto, nelle ultime manifestazioni partite dai commercianti dei bazar sono apparsi per la prima volta con insistenza bandiere monarchiche e slogan per il ritorno di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, costretto all’esilio proprio dalla Rivoluzione del 1979.
La repressione dell’opposizione interna
Al fine di silenziare ogni opposizione interna, il regime è ora impegnato in una capillare repressione di ogni voce critica sia nella società civile che nel campo politico. Dopo l’arresto di manifestanti e attivisti, nel fine settimana le Guardie della Rivoluzione hanno dato il via a un’ondata di detenzioni tra esponenti politici del fronte riformista, che davanti al massacro dei manifestanti hanno osato puntare il dito contro Khamenei e chiedere il superamento della Repubblica islamica, ritenuta ormai irriformabile.
Il crollo di legittimità e la richiesta di cambio di regime
Secondo Abbas Milani, direttore di Studi iraniani alla Stanford University e tra i più autorevoli osservatori della politica iraniana, ciò che contraddistingue il momento attuale è « un profondo crollo di legittimità e la crescente richiesta popolare di un cambio di regime » che arriva da una coalizione di gruppi sociali eterogenei: « migranti urbani, mercanti del Gran Bazar di Teheran (dove a dicembre i manifestanti si sono scontrati con le forze di sicurezza), intellettuali, esponenti della sinistra e donne ». Ironia della sorte, conclude Milani, « le stesse forze sociali che alla fine degli Anni ’70 hanno contribuito a portare il regime clericale al potere sono diventate ora i suoi più implacabili oppositori ».
Di Marta Allevato. (AGI)