(Roma, 11 gennaio 2026). Nella notte dell’8 gennaio si è verificato il secondo attacco con il missile ipersonico Oreshnik sul territorio ucraino dall’inizio della guerra. L’impiego del noto missile balistico russo avviene in un momento di stallo dei negoziati di pace, e ricorda a Washington l’urgenza di accelerare i propri programmi ipersonici.
L’Oreshnik colpisce ancora
In una fase iniziale, alcuni milblog hanno attribuito l’evento a un presunto esemplare del cosiddetto Kedr, sulla base di una nomenclatura non ufficiale e ormai superata, avanzata dall’intelligence ucraina e riferita a una possibile evoluzione del missile balistico intercontinentale leggero RS-26 Rubezh. Successivamente, fonti ufficiali russe – come già riportato da InsideOver – hanno confermato l’impiego del missile Oreshnik in Ucraina occidentale, nell’area di Leopoli.
Si tratta di un missile balistico in grado di operare a velocità superiori a 12.000 km/h e con un raggio fino a 5.000 km, che lo colloca nella categoria dei missili balistici a gittata intermedia (IRBM). Dotato di veicoli di rientro multipli e con bersagli indipendenti (MIRV), potenzialmente equipaggiabili con sottosistemi esplosivi, l’Oreshnik può essere lanciato da un veicolo ad alta mobilità a più assi, come i trasportatori elevatori lanciatori (TEL) russi di tipo MAZ o bielorussi di tipo MZKT.
Un’arma che si differenza notevolmente dai numerosi missili da crociera e droni a lunga gittata impiegati da Mosca contro l’Ucraina. Non soltanto per la velocità ipersonica (superiore a Mach 5, ovvero oltre 6125,22 km/h), ma anche per l’ambiguità della testata: capace di trasportare carichi utili nucleari, secondo fonti russe potrebbe raggiungere in solo 11 minuti una base aerea in Polonia e in 17 minuti la sede della NATO a Bruxelles.
Apparso per la prima volta nel teatro ucraino il 21 novembre 2024, in un’azione dimostrativa presso Dnipro, l’Oreshnik (in russo Орешник: nocciòlo) è entrato ufficialmente in servizio di combattimento nella fine del dicembre 2025 presso le forze armate russe, e il dispiego operativo attivo di suoi 10 esemplari sul territorio bielorusso è stato annunciato da Minsk lo scorso 30 dicembre.
Una mossa che imprime un’accelerazione nella corsa ipersonica russo-statunitense, proprio nel momento in cui la cattura di Maduro e il sequestro della petroliera russa Bella 1 rischiano di raffreddare i rapporti tra Washington e Mosca.
Il Dark Eagle: la risposta Usa al Nocciòlo russo ?
La scommessa USA per colmare il divario tecnologico ipersonico con Cina e Russia è il Long-Range Hypersonic Weapon (LRHW), conosciuto anche come Dark Eagle, un’arma ipersonica da superficie a superficie con raggio intermedio.
Proprio lo scorso 12 dicembre il segretario della Difesa statunitense Pete Hegseth, in visita presso il Redstone Arsenal in Alabama, supervisionava lo stato di avanzamento del nuovo sistema missilistico ipersonico, che si trova attualmente in fase di test finale.
Il nome “Aquila oscura” designa, in realtà, un sistema di più componenti integrate: il booster/razzo a due stadi a combustibile solido, che imprime la spinta iniziale per portare il veicolo in quota, il Common Hypersonic Glide Body (C‑HGB) – ovvero il veicolo planante ipersonico (HGV) che si separa dal booster e per planare a velocità superiore a Mach 5, quindi ingaggiare il bersaglio fino a circa 3.000 km di distanza con manovre difficili da intercettare.
Ideale per un impiego operativo in teatri strategicamente contesi, come l’Indo‑Pacifico e l’Europa orientale, il C‑HGB del Dark Eagle offrirebbe una capacità di manovra estremamente elevata durante la fase di volo terminale, complicando notevolmente l’individuazione e l’intercettazione da parte degli attuali sistemi di difesa aerea.
Un assetto destinato a rivoluzionare le kill-chains statunitensi per la rilevazione e l’ingaggio di bersagli, ma che ancora non ha dimostrato la sua efficacia operativa.
La corsa a ostacoli per il Dark Eagle
Quella ipersonica è una corsa che vede gli USA in una posizione di svantaggio temporale rispetto a Cina e, soprattutto, alla Russia: mentre l’Oreshnik ha già superato il banco di prova in Ucraina, gli USA scontano un ritardo nello sviluppo del Dark Eagle, il cui primo test – secondo documenti congressuali – era originariamente previsto nel marzo 2023.
Si tratta di un sistema d’arma che, a differenza dell’Oreshnik, non è nuclear-capable per limitazioni dottrinali: “La maggior parte delle armi ipersoniche statunitensi, a differenza di quelle in Russia e Cina, – si legge in un altro report congressuale USA dello scorso agosto – non sono progettate per essere utilizzate con una testata nucleare”.
Una dottrina che l’attuale presidenza Trump potrebbe modificare, senza tuttavia poter superare alcuni limiti tecnici intrinseci del Dark Eagle. In primo luogo, la portata d’ingaggio, relativamente ridotta: circa 3.000 km, sufficienti a collocare il sistema nella soglia inferiore delle armi a raggio intermedio (3.000 e 5.500 km). Un aspetto complicato anche dal fatto che l’arma statunitense, a differenza dell’Oreshnik in grado di operare da una posizione di profondità strategica, deve essere pre-posizionato in un teatro esterno agli Stati Uniti (Europa o Indo-Pacifico), con tutti i vincoli del caso.
Ci sarà, poi, la sfida del S-500 Prometheus russo di ultima generazione. Un sistema di intercettazione terra-aria che dispone di alcuni missili (come i 77N6 e 77N6‑N1) capaci di raggiungere velocità di circa 16 Mach dopo il lancio, quindi la stessa fascia del veicolo planante del Dark Eagle; e che, teoricamente, potrebbe intercettare il Dark Eagle all’interno della propria envelope di ingaggio di 60 km di altezza, dove ha inizio la fase di planata ipersonica del suo C‑HGB.
Al netto delle reali capacità del S-500, il Dark Eagle rimane comunque un oggetto complesso, che non gode della struttura balistica più integrata e tradizionale dell’Oreshnik, e che sarebbe prodotto – come del resto ogni “silver bullet” – in quantità numeriche molto ridotte e con costi elevati.
Di Davide Ragnolini. (Inside Over)