(Roma, 02 gennaio 2026). Le parole del procuratore generale iraniano Mohammad Movahedi-Azad chiariscono la grammatica del potere a Teheran: il disagio economico è riconosciuto, la protesta è ammessa, ma solo finché resta confinata entro limiti rigidamente definiti dallo Stato. Oltre quella soglia, la risposta sarà “decisiva”. È un messaggio rivolto più all’interno che all’esterno, e dice molto sul momento attraversato dall’Iran.
Le manifestazioni di fine dicembre, nate tra i commercianti del principale mercato popolare di Teheran e poi estese a settori del mondo universitario, riflettono una tensione strutturale: stagnazione economica, inflazione elevata, svalutazione del rial e aspettative sociali sempre più difficili da contenere. La perdita di oltre un terzo del valore della moneta nazionale in un anno non è solo un dato macroeconomico, ma un fattore psicologico che erode quotidianamente il patto implicito tra Stato e cittadini.
L’economia iraniana vive da anni sotto il peso delle sanzioni legate al dossier nucleare, ma la fase attuale combina pressione esterna e inefficienze interne. La crescita è debole, l’accesso alle valute estere limitato, i consumi compressi. In questo contesto, le proteste economiche non sono un’anomalia: sono una valvola di sfogo fisiologica. La scelta delle autorità di dichiarare un giorno festivo improvviso, chiudendo scuole e banche con il pretesto del risparmio energetico, segnala la volontà di raffreddare la tensione senza riconoscerla formalmente.
Il rischio per Teheran non è l’esplosione immediata, ma l’usura lenta. Ogni episodio di protesta, anche limitato e comunque grave se si pensano alle 7 vittime degli scontri, contribuisce a una percezione di fragilità che il sistema cerca di compensare con controllo amministrativo e retorica securitaria.
Dal punto di vista della sicurezza, il messaggio del procuratore generale è una classica operazione di deterrenza preventiva. Si concede legittimità alle rivendicazioni economiche per togliere ossigeno alla mobilitazione politica, ma si ribadisce che qualsiasi tentativo di “strumentalizzazione” sarà represso. La memoria delle proteste del 2019 e, soprattutto, del 2022 dopo la morte di Mahsa Amini resta centrale nell’apparato decisionale: allora la repressione fu dura, con centinaia di vittime, ma preservò la tenuta del sistema.
Le attuali manifestazioni sono di scala inferiore e geograficamente circoscritte rispetto a quelle degli scorsi, ma proprio per questo la leadership mira a intervenire prima che si creino reti e simboli capaci di unificare il malcontento.
Di certo a livello governativo, dopo anni di sanzioni e di ostilità, non assumono peso le dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump secondo cui “se verranno uccisi i manifestanti, saremo pronti a intervenire”.
Il contesto internazionale offre a Teheran un frame utile. Le prese di posizione del Mossad e del Dipartimento di Stato statunitense a favore dei manifestanti vengono immediatamente integrate nella narrazione della “guerra su vasta scala” contro l’Iran evocata dal presidente Masoud Pezeshkian. È una strategia collaudata: trasformare il disagio interno in una prova di resistenza nazionale contro interferenze esterne.
Sul piano geopolitico, questa retorica rafforza la coesione delle élite e giustifica misure di sicurezza straordinarie. Ma ha un costo: rende più difficile qualsiasi allentamento delle sanzioni e irrigidisce i canali diplomatici con l’occidente.
L’Iran non è sull’orlo di una nuova rivolta nazionale, ma neppure in una fase di tranquillità. La stabilità attuale è condizionata: dipende dalla capacità dello Stato di contenere l’inflazione, garantire flussi minimi di reddito e impedire che proteste settoriali convergano in una mobilitazione politica più ampia. La “risposta decisiva” evocata dal procuratore generale è, in fondo, l’ammissione implicita di questa fragilità.
Teheran scommette sul controllo e sul tempo. Ma il tempo, in un’economia sotto pressione e in un ambiente regionale instabile, non è una risorsa infinita.
Di Giuseppe Gagliano. (Notizie Geopolitiche)