(Roma, 21 settembre 2026). Il presidente arriva stasera e parla domani. Rivendicherà i tagli all’ONU e incontrerà i leader di Venezuela, Regno Unito, Giappone e Francia
Definire con i Paesi del Golfo le prossime mosse in Iran, ora che gli Houthi dello Yemen hanno allargato il fronte all’Arabia Saudita e il Mar Rosso, dove però Trump esita ad intervenire; rilanciare il dormiente processo di pace a Gaza; incontrare la leader venezuelana Delcy Rodriguez per consolidare l’alleanza con i sopravvissuti del regime chavista; e vantarsi dei tagli imposti all’Onu. Sommandoci i bilaterali con i premier di Gran Bretagna e Giappone, e il collega francese Macron, si riassumono così gli obiettivi del presidente Trump per la sua missione lampo all’Assemblea generale dell’Onu, che comincia con l’arrivo stasera e la ripartenza già domani, boccone ancora sullo stomaco per la corsa all’aeroporto subito dopo il tradizionale ricevimento per i capi di Stato e di governo.
Il nodo Houthi
A giudicare da quanto hanno detto autorevoli fonti dell’amministrazione, parlando con i giornalisti nel briefing di presentazione del viaggio, il problema principale resta l’Iran. Il capo della Casa Bianca ne parlerà durante il suo discorso di domani, ripetendo la convinzione di aver fatto bene a scatenare la guerra per impedire alla Repubblica islamica di ottenere la bomba atomica. « Non erano solo gli Stati Uniti a chiedere di fermare il programma nucleare, ma il Consiglio di Sicurezza con ripetute risoluzioni », e quindi il mondo intero. Ora però l’intervento è in una fase di stallo, perché il regime degli ayatollah non è caduto e continua a minacciare lo Stretto di Hormuz, mentre la campagna per le elezioni midterm del 3 novembre sconsiglia a Trump di rilanciare le operazioni militari prima del voto. Forse proprio per questo, come ha rivelato il New York Times, ieri il presidente ha bloccato un attacco contro gli Houthi che aveva già ordinato, sotto pressione del principe saudita bin Salman. Il capo della Casa Bianca ne discuterà con i Paesi del Golfo Persico durante una riunione a margine dell’Assemblea, per capire se sono disposti a seguirlo in una nuova escalation, oppure se è necessario trovare delle soluzioni alternative.
Trump parlerà anche di Gaza, dove il suo Board of Peace fatica ad andare oltre il fragile cessate il fuoco. L’assenza di guerra è già un risultato importante, ma chissà quanto destinato a durare, in mancanza di veri progressi sulla stabilità futura della regione, secondo gli obiettivi indicati dal piano di pace in venti punti.
Dopo il discorso, Trump discuterà di questi temi nella riunione con i Paesi membri del Gulf Cooperation Council. Finora lo hanno seguito, per certi versi anche incoraggiato. Ora però gli alleati più stretti come Arabia Saudita e Qatar stanno soffrendo le conseguenze economiche della guerra, per non parlare dei missili lanciati dagli ayatollah, e non è detto che siano disposti a firmare un altro assegno in bianco al presidente nella Repubblica islamica. Riad vorrebbe piuttosto che intervenisse in suo aiuto contro gli Houthi, ma Donald tentenna. Anche lui del resto deve tenere a mente le midterm, che rischia di perdere rovinosamente, evitando quindi iniziative che possano peggiorare la sua situazione.
Il capo della Casa Bianca, nel densissimo programma, vedrà poi i nuovi premier britannico e giapponese, Andy Burnham e Sanae Takaichi, e il collega francese Macron, per cercare di tenere insieme le alleanze messe a dura prova dalle sue politiche.
I tagli all’ONU
In questo quadro assai preoccupante, le autorevoli fonti dell’amministrazione ci tengono a sottolineare che Trump userà un po’ del suo tempo anche per rivendicare i tagli imposti al Palazzo di Vetro, circa un miliardo di dollari in meno, oltre 3.000 alti funzionari licenziati e il 25% dei caschi blu rimandati a casa. « Noi – ha spiegato la fonte – la chiamiamo la dieta dell’Onu, per riportarla a focalizzare l’attenzione su pace e sicurezza ». Demolire in realtà è facile; la cosa difficile è costruire e farlo bene. Questo però non sembra interessare a Trump, almeno quando si tratta del Palazzo di Vetro, perché il solo taglio di fondi e personale è un obiettivo a se stante, che il capo della Casa Bianca può rivendicare davanti ai sostenitori travestendolo come una riforma. Togliere soldi e uomini all’Onu significa obbligarla a ridurre il suo ruolo, se non proprio farla sparire nell’ombra, che poi sembra essere la soluzione preferita del presidente.
Di Paolo Mastrolilli. (La Repubblica)