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USA-Israele : sull’Iran il dilemma della divergenza strategica e lo scacco di Trump

(Roma, 07 aprile 2026). Usa-Israele, sull’Iran il dilemma della divergenza strategica e lo scacco di Trump. Scenari militari e politici.

L’America è diventata più imprevedibile di Israele nel gestire la guerra contro l’Iran. Il motivo è semplice. Washington non ha mai pensato all’opzione “fine guerra mai” che, invece, era tutt’altro che disdegnata dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu, per il quale l’assalto a Teheran presupponeva la possibilità di disarticolare dalle fondamenta tanto la Repubblica Islamica quanto, in prospettiva, l’intera unità statuale della potenza centroasiatica.

Per l’amministrazione di Donald Trump, invece, l’opzione iniziale della guerra era più limitata: irretire e depotenziare l’Iran, creare le condizioni per il cambio di regime senza perseguirlo a ogni costo direttamente, colpire indirettamente attori rivali come Cina e Russia danneggiando un loro partner. Ora il conflitto prosegue con acrimonia e assistiamo a un rovesciamento dei ruoli: il massimalismo nella retorica e nelle minacce è ora in capo agli Stati Uniti, che scontano la triplice frustrazione di non riuscire a raggiungere alcun obiettivo, di vedere chiuso lo Stretto di Hormuz e di veder colpita la rete di proiezione regionale di Washington.

Le fatiche di Trump

Dover continuare ad armare e rifornire tanto Israele quanto i Paesi arabi sotto il fuoco iraniano da un lato e dover fare i conti con il nervosismo di alleati strategici quali Turchia, Pakistan ed Egitto per la guerra, con i mediatori che si trovano nella difficile situazione di dover contenere un’escalation regionale indotta dall’inopinata scelta di attaccare l’Iran, rischia di cortocircuitare l’intera strategia mediorientale di Washington. Trump si trova di fronte alla necessità di cercare un colpo che possa presentare la condotta bellica come vincente e insieme di evitare una guerra lunga. Ma ad oggi tutto rischia di condurre gli Stati Uniti verso un vero e proprio pantano proprio per la divergenza strategica con Israele.

Tel Aviv, infatti, dimostra di saper, cinicamente, condurre vere e proprie “guerre infinite”. Alza l’asticella gradualmente, vede fin dove alleati e partner consentono che si spinga, usa un combinato disposto di armi aeree, intelligence e strumentazioni avanzate, sceglie con cinica precisione i bersagli: in Iran, ad esempio, dopo aver colpito il regime ora mira all’apparato economico del Paese, provando a logorarlo colpendo acciaierie, raffinerie, impianti chimici.

Sul piano militare, il grosso limite di Tel Aviv sta nel fatto che molto spesso la strategia complessiva si dipana in una serie infinita di azioni tattiche, senza coerenza organica a monte, e nella presenza di una deterrenza iraniana capace di infliggere continuamente danni allo Stato Ebraico, le cui capacità di assorbimento sono tutto fuorché testate.

L’imprevedibilità degli Usa e di Trump contro l’Iran

Washington, invece, alterna con poca coerenza aperture e misure aggressive: Trump ha paventato l’idea di distruggere la rete elettrica iraniana, di lasciare il Paese al buio, addirittura di riportarlo “all’età della pietra”. Gli Usa hanno la potenza militare per farlo, ma questo imporrebbe un’estensione dell’aggressività militare a una forma mai vista nelle guerre americane dal 2003 iracheno, se non addirittura dai tempi del Vietnam. Tutto questo mettendo sul tavolo un calcolo: il “colpo decisivo” potrebbe essere proprio il sostanziale attacco di smantellamento all’Iran. Ma non è detto che ciò provochi il ritiro del regime dalla guerra.

“Questa disconnessione dalla realtà appare profondamente pericolosa”, nota il Guardian, sottolineando che al contempo ciò “implica che Trump non stia prestando attenzione alle vittime civili in Iran – un argomento che non menziona mai – né sia ​​consapevole delle conseguenze qualora dovesse dare seguito alla sua minaccia di distruggere ponti e centrali elettriche martedì sera”. Israele ha fatto finora parlare la forza, nelle sue guerre condotte dal 7 ottobre 2023 in avanti, mentre gli Usa di Trump hanno sempre provato a utilizzare un combinato disposto di azioni dure e interventi politici volti a capitalizzare su di esse. Ma nel caso iraniano, il nemico che gli Usa combattono è ben più coriaceo. E la prospettiva è che anche cercare il colpo decisivo non possa far altro che portare a un ulteriore arrocco il regime, rendendolo ancora più massimalista nella sua volontà di rispondere, colpire l’economia globale a Hormuz e alzare per gli Usa il costo della guerra.

Guerra e negoziati

Gli iraniani, del resto, per due volte hanno trattato con gli Usa e per due volte, a giugno 2025 e febbraio 2026, si sono ritrovati attaccati. I mediatori hanno presentato a Washington, tramite Egitto, Pakistan e Turchia, un progetto di cessate il fuoco che dovrebbe legittimare la situazione creata dalla guerra ad Hormuz e non sono disposti a ritirare l’Iran come Paese sconfitto. Rinunciando alla politica e alla diplomazia, Trump avvererebbe l’incubo della guerra infinita portando l’Iran, l’Asia Sud-Occidentale e potenzialmente il mondo in un territorio inesplorato. Il tutto creando, paradossalmente, dei problemi anche a Israele, a cui andrebbe benissimo fare il lavoro sporco per gli Usa con le armi fornite da Washington ma non diventare il primo bersaglio strategico di un innalzamento della tensione nella rappresaglia iraniana.

La differenza tra la realtà sul campo e i toni di Trump mostra, come commenta The Atlantic, che è sempre più vero il fatto che l’Iran miri con la guerra a mostrare al mondo tutte le vulnerabilità degli Usa, i quali “non dispongono di un sistema economicamente vantaggioso per intercettare i droni iraniani e persino le operazioni militari lontane dalle linee del fronte sono esposte a un rischio crescente di interruzione da parte di velivoli senza pilota”, e di fronte al blocco di Hormuz “hanno avuto timore di inviare le grandi navi tradizionali della Marina troppo vicino alle coste iraniane, perché quel Paese è in grado di impiegare un numero sufficiente di semplici droni e missili antinave di base per mettere in pericolo anche le più potenti navi da guerra del mondo”. Ad oggi, l’Iran chiama il bluff Usa: Washington è davvero capace di invertire la rotta? Nel braccio di ferro della guerra che continua, per gli Stati Uniti la minaccia di un vicolo cieco è altrettanto rischiosa e costosa di quella di una guerra lunga e inconcludente. E questo aumenta l’imprevedibilità delle mosse di Washington.

Di Andrea Muratore. (Inside Over)

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