(Roma, 21 marzo 2026). Il lancio di missili contro la base nell’Oceano Indiano segna un salto di scala: per la prima volta nel mirino un hub globale della strategia militare occidentale
L’Iran ha lanciato due missili balistici a medio raggio verso Diego Garcia, remota base militare anglo-americana nell’Oceano Indiano, in un apparente tentativo di proiettare la propria potenza ben oltre il Medio Oriente. Diego Garcia è l’isola principale dell’arcipelago delle Chagos, nel mezzo dell’Oceano Indiano, circa a metà strada tra Africa orientale, Medio Oriente e Asia meridionale. Nessuno dei due missili ha colpito la base. Uno ha fallito in volo, mentre una nave da guerra statunitense ha lanciato un intercettore SM-3 contro il secondo.
Il territorio è formalmente britannico, ma dagli anni Settanta ospita una grande installazione militare utilizzata soprattutto dagli Stati Uniti, che ne fanno uno dei loro principali avamposti fuori dal territorio nazionale. La posizione isolata e lontana da zone densamente popolate ha reso l’atollo ideale per installazioni strategiche sensibili, con una lunga pista per bombardieri, strutture navali e sistemi radar che consentono operazioni su scala intercontinentale.
Nel corso degli ultimi decenni la base è stata usata nelle principali campagne militari occidentali, dalle guerre del Golfo alle operazioni in Afghanistan e Iraq, proprio perché permette di intervenire rapidamente in Medio Oriente e nell’Oceano Indiano senza dipendere da basi situate in paesi politicamente instabili o esposti a pressioni interne.
Perché Diego Garcia è una base decisiva per gli equilibri militari
Il tentato attacco mette in luce quella che sembra essere una portata del programma missilistico iraniano ben maggiore di quanto Teheran abbia pubblicamente ammesso. La base si trova a circa 4.000 chilometri (2.500 miglia) dall’Iran.
L’importanza di Diego Garcia è tornata centrale nelle ultime settimane con l’allargamento del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele. In questo contesto la base dell’Oceano Indiano è diventata uno dei punti chiave della logistica occidentale, perché consente di lanciare bombardieri a lungo raggio e operazioni navali senza usare installazioni nel Golfo Persico, molto più esposte agli attacchi iraniani. Proprio per questo nei giorni precedenti all’attacco le autorità iraniane avevano avvertito che qualsiasi base utilizzata per colpire il territorio iraniano sarebbe potuta diventare un obiettivo legittimo, citando esplicitamente installazioni militari statunitensi fuori dal Medio Oriente.
Per Washington e Londra Diego Garcia rappresenta uno snodo strategico globale: controlla rotte marittime fondamentali e permette di proiettare forza militare su tre continenti, dall’Africa al Medio Oriente fino all’Asia meridionale. Colpirla significherebbe mettere sotto pressione l’intero sistema di basi che sostiene le operazioni occidentali.
Il giallo sulla capacità di fuoco iraniana
Il mese scorso il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva sostenuto che Teheran ha scelto volontariamente di limitare la portata dei propri missili balistici a circa 2.000 chilometri. Diverse analisi indipendenti, però, indicano che le capacità reali potrebbero essere più ampie. Il centro di monitoraggio Iran Watch, legato al Wisconsin Project on Nuclear Arms Control, ritiene che l’Iran disponga di vettori in grado di raggiungere i 4.000 chilometri, mentre il centro di ricerca israeliano Alma ha stimato una gittata intorno ai 3.000 chilometri, segnalando anche lo sviluppo di sistemi più avanzati.
Per quanto riguarda la difesa, la Marina statunitense avrebbe utilizzato l’intercettore SM-3, un missile progettato per distruggere il bersaglio senza cariche esplosive. Il sistema si basa sull’energia cinetica: il cosiddetto veicolo d’impatto colpisce l’obiettivo a velocità elevatissima, con una forza paragonata a quella di un camion da dieci tonnellate lanciato a quasi mille chilometri orari.
Perché l’attacco cambia le cose
Il tentativo iraniano di colpire un bersaglio così lontano va interpretato come un segnale politico e militare: la crisi non riguarda più soltanto il Medio Oriente ma anche le infrastrutture globali che permettono agli Stati Uniti di intervenire nella regione.
Il fatto che l’attacco arrivi mentre continuano bombardamenti, ritorsioni e tensioni nel Golfo Persico e nello stretto di Hormuz indica che il conflitto sta entrando in una fase più ampia, in cui anche le basi remote diventano obiettivi possibili. Se Diego Garcia non è più fuori portata, significa che la guerra non si gioca soltanto sul fronte locale ma sull’intero sistema militare che collega Medio Oriente, Oceano Indiano e alleanze occidentali.
L’Iran potrebbe aver testato sistemi più simili a veri missili balistici a raggio intermedio (IRBM), potenzialmente in grado di raggiungere zone più profonde dell’Oceano Indiano e persino l’Europa meridionale. Questo permette a Teheran di acquisire maggiore influenza, mantenendo i suoi nemici nell’incertezza.
L’ambiguità dottrinale complica poi la pianificazione di Stati Uniti e Regno Unito. Qualsiasi estensione percepita della gittata dei missili balistici potrebbe la pressione sugli Stati del Golfo e su Israele, spingendoli a rivalutare i propri sistemi di difesa.
Di Francesca Salvatore. (Il Giornale)