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Iran diviso in due : festa e lutto dopo la morte dell’Ayatollah Khamenei

(Roma, 01 marzo 2026). Due facce della stessa Teheran. Una festeggia, l’altra piange. Due Iran opposti, inconciliabili, sono esplosi nelle ore successive all’annuncio dell’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei. Se nelle piazze di alcune città migliaia di persone hanno ballato, urlato e acceso fuochi d’artificio, negli studi della televisione di Stato, invece, un conduttore in lacrime interrompeva la diretta incapace di trattenere la disperazione. È questa l’istantanea più emblematica di un Paese spaccato dopo trentasei anni di dittatura della Guida Suprema. Video diffusi sui social e rilanciati dai media internazionali mostrano folle radunate soprattutto nei quartieri periferici di Teheran, Mashhad e Shiraz. Giovani, famiglie intere, donne senza velo che inneggiano cori e slogan contro il regime. La ragione che li spinge a festeggiare la morte di Khamenei ha origini non troppo lontane nel tempo. Per i parenti e gli amici delle vittime della repressione che – tra il 9 e il 12 gennaio 2026 – soffocò nel sangue le proteste popolari scoppiate contro la crisi economica e l’autoritarismo del sistema, il ricordo è ancora vivido. Stampato nella memoria.

Secondo le ricostruzioni emerse dopo quei giorni, centinaia di manifestanti furono uccisi dalle forze di sicurezza durante arresti di massa, sparatorie e operazioni punitive nei quartieri considerati ostili al regime. Una ferita mai rimarginata che ora riaffiora trasformandosi in una celebrazione carica di rabbia e rivalsa. «Finalmente giustizia», si sente gridare in diversi filmati diventati virali. All’estremo opposto, la reazione dell’apparato statale racconta un’altra realtà. Durante un’edizione straordinaria del telegiornale nazionale, il presentatore incaricato di annunciare la morte della Guida Suprema ha iniziato a leggere il comunicato ufficiale prima di cedere ai singhiozzi in diretta. «Dio è grande. Con profondo dolore annunciamo alla nazione iraniana che il Grande Ayatollah Ali Khamenei è stato martirizzato oggi in un attacco criminale congiunto degli Stati Uniti e del regime sionista», ha dichiarato, prima di fermarsi sopraffatto dall’emozione. Dallo studio si sentono altre persone piangere mentre scorrono le immagini ufficiali del leader religioso.

Le autorità iraniane hanno proclamato quaranta giorni di lutto nazionale per l’86enne leader, ucciso nella sua villa bunker di Teheran insieme alla figlia, al genero e al nipote. Ali Khamenei era un “Grande ayatollah”, il più alto titolo onorifico nella religione sciita, ed era la Guida Suprema dell’Iran dal 1989: per trentasei anni ha controllato ogni snodo politico, militare e religioso del Paese, guidando un sistema di potere considerato da oppositori e organizzazioni internazionali tra i più rigidi e repressivi del Medio Oriente. Mentre la macchina statale costruisce il racconto del martirio e prepara imponenti cerimonie funebri, nelle strade iraniane resta evidente una verità impossibile da nascondere: la morte di Khamenei non ha unito la nazione. Ha soltanto reso visibile la distanza tra chi piange il leader della Rivoluzione islamica e chi spera che con lui sia finita un’epoca.

Di Luca De Lellis. (Il Tempo)

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