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Guerra in Iran, il nodo di Hormuz e il rischio di uno shock energetico globale

(Roma, 28 febbraio 2026). Uno shock energetico globale potrebbe essere alle porte qualora la guerra lanciata all’Iran da Stati Uniti e Israele comportasse la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz, la ristretta via d’acqua marittima che collega il Golfo Persico al Mare Arabico e rappresenta la più importante arteria energetica globale.

Lo spazio marittimo che divide Iran e Emirati Arabi Uniti, infatti, è rotta obbligata per larga parte delle spedizioni di petrolio e di gas naturale proveniente dal Medio Oriente, e interessa circa un quarto delle spedizioni marittime di greggio e un quarto di quelle di gas naturale liquefatto, risultando fondamentale anche per Qatar, Iraq, Bahrain e Kuwait.

Una settimana fa l’Iran, durante un’esercitazione militare, ha simulato un blocco dello Stretto di Hormuz, e ora di fatto con l’esplosione del conflitto una riduzione di fatto dell’attività nella regione è stata già messa in conto dalle major energetiche che hanno paralizzato l’attività di molte navi e condizionato i movimenti delle petroliere, con diverse unità in uscita ma molte poche in ingresso nella regione.

“Alcune petroliere sono ancora in transito, ma la maggior parte si è fermata prima di raggiungerlo, o ha fatto inversione di rotta”, ha scritto Javier Blas, esperto di energia di Bloomberg, aggiungendo che “tutti stanno osservando se la marina iraniana e/o il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) si muoveranno per deporre mine e se gli Stati Uniti manterranno la promessa di neutralizzare la marina iraniana”. L’Istituto Icis ritiene che l’Europa potrebbe essere travolta dalla carenza di Gnl qatariota se uno shock partisse, e in generale tutto il sistema-mondo guarda con attenzione alle possibili ricadute sistemiche di una crisi energetica legata alla guerra contro la Repubblica Islamica e alle sue possibile ripercussioni mondiali.

A giugno, durante la guerra con Israele, l’Iran non chiuse le rotte di Hormuz, ritenute teatro d’operazione di ultima istanza da fermare solo in caso di minaccia esistenziale alla Repubblica Islamica. Tale minaccia sembra essersi palesata con gli attacchi partiti il 28 febbraio e sferrato dall’Israel Defense Force e dalle unità del Comando Centrale (Centcom) di Washington che portano il Medio Oriente in un territorio inesplorato, anche a causa della pesante reazione iraniana che ha coinvolto l’intera regione, causando una destrutturazione di comunicazioni, catene del valore, contatti economici in una regione che è un hub globale di crescente rilevanza. In particolar modo, è il motore industriale del mondo sito in Asia a dipendere maggiormente dalle forniture di energia della regione, tanto che il Chosun Daily, importante quotidiano sudcoreano, ha scritto che “oltre il 70% del petrolio greggio importato dalla Corea del Sud proviene dal Medio Oriente, e la maggior parte transita attraverso lo Stretto di Hormuz” in un contesto in cui “il settore marittimo è già in emergenza per le operazioni delle petroliere. Recentemente, il costo del trasporto di 2 milioni di barili di petrolio greggio dal Medio Oriente alla Cina ha superato i 200.000 dollari al giorno per la prima volta dal 2020”.

La piattaforma ZeroCarbon-Analytics nota che “Anche Taiwan è fortemente esposta, in quanto dipende interamente dal gas importato e un terzo del suo GNL transita attraverso lo Stretto, secondo Anne-Sophie Corbeau del Center on Global Energy Policy della Columbia University, mentre “il Pakistan si trova in una situazione simile“. La Cina assorbe da solo il 38% del traffico di petrolio e il 20% di Gnl da Hormuz, ma dipende per solo il 20% da combustibili fossili importati. Ci sono tutte le premesse per uno shock energetico e inflattivo di taglia globale. Ennesima possibile mina sull’economia internazionale da parte di un contesto geopolitico sempre più aggressivo e minaccioso.

Di Andrea Muratore. (Inside Over)

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