L'actualité du Proche et Moyen-Orient et Afrique du Nord

Ucraina 2022-2026. Volodymyr Zelensky, il presidente della guerra

(Roma, 24 febbraio 2026). Volodymyr Oleksandrovych Zelensky, 48 anni, dal 2019 presidente dell’Ucraina, è sicuramente uno dei, se non il, politico più noto al mondo. Altrettanto sicuramente è il politico più apprezzato in Occidente, sicuramente più dei vari Trump, Merz, Starmer, Macron. E per finire, è tuttora il politico di cui gli ucraini si fidano di più: ne abbiamo già parlato su InsideOver, il suo rating è tuttora largamente positivo (59% di fiducia, 35% di sfiducia, e una zona grigia del 6%, in linea con le rilevazioni degli ultimi sette-otto mesi) e resta lui l’uomo di cui gli ucraini più si fidano per portare a conclusione la guerra.

Potrebbe sembrare una contraddizione in termini: questo è l’inverno più duro per l’Ucraina tutta e la sua gente, con il gelo e il buio per migliaia di famiglie a causa dei bombardamenti russi e una pressione al fronte che le forze armate di Kiev non riescono a rovesciare. Eppure c’è una logica in tutto questo, perché Zelensky, il famoso attore e giovane milionario che secondo i più non poteva essere anche un politico, si è mostrato politico astuto e manovriero. In una formula: non un grande stratega ma un eccellente tattico. E questa sua punto forte è emerso proprio in occasione della guerra innescata dall’invasione russa del 2022.

Se uno ripercorre la presidenza Zelensky PRIMA dell’invasione (2019-2022), fatica a trovarvi successi. Zelensky è il presidente che, appena eletto, nomina un governo di giovani e intransigenti tecnocrati e poi lo liquida in tre mesi, per scegliere Denis Shmyhal come primo ministro, ovvero affidando il Governo a un ex dirigente dell’oligarca dell’energia (e di molto altro) Rinat Akhmetov. Il presidente che PRIMA dell’invasione cambia quattro ministri della Difesa e durante la pandemia del Covid-19 avvicenda cinque ministri della Salute, finendo con l’Ucraina che ha il record negativo in Europa di popolazione vaccinata (35%). È il presidente degli imbarazzi con Trump e Biden. Il leader che viene trionfalmente eletto nel 2019, trionfalmente confermato nelle elezioni politiche che si svolgono due mesi dopo la sua elezione (Servo del Popolo, il suo partito, ottiene la maggioranza assoluta dei 450 seggi del Parlamento monocamerale ucraino) e clamorosamente sconfessato già un anno dopo quando, alle elezioni locali, i candidati di Servo del Popolo sono battuti ovunque, da Nord a Sud, da Est a Ovest, capitale Kiev compresa.

A fine 2021, poco prima dell’invasione russa, già si parla di possibili elezioni presidenziali anticipate. L’Istituto internazionale di Sociologia di Kiev certifica che l’approvazione per Zelensky è scesa al 24,7%. E il Razumkov Center, che invece studia gli “antirating”, certifica che, quando si chiede ai potenziali elettori, quale sia il candidato che comunque non voterebbero (al di là di quello che voterebbero), è Zelensky a guidare la classifica. Per finire, i Pandora Papers rivelano che Zelensky dispone di un’ampia rete di società off-shore costituita e gestita da persone a lui vicine che nel frattempo hanno ricevuto incarichi di governo o nelle agenzie di sicurezza. A questa fase zelenskiana, che mi è sempre parsa fondamentale per capire anche lo Zelensky successivo, ho dedicato il libro Zelensky – L’uomo e la maschera (Meltemi Editore).

Però il 24 febbraio arrivano i russi e Zelensky ha il colpo di genio (e di coraggio) che cambia tutto: invece di fuggire in Polonia per formare a Varsavia un Governo in esilio, come gli consigliano anche gli americani, resta a testa alta a Kiev a guidare la resistenza. Una mossa che sorprende e stimola anche gli Usa e l’Europa, fin lì caldi soprattutto a parole, e galvanizza gli ucraini. In quei primi mesi di guerra il rating di Zelensky vola oltre il 90%, a testimonianza di un fatto indubbio: l’ex divo del varietà ha conservato la capacità di toccare le corde giuste del suo “pubblico”.

I nodi della guerra e della pace

La volontà degli ucraini è chiarissima: non cedere neanche un millimetro. Zelensky lo capisce e la indirizza. I russi, che credevano di poter dare una spallata e farlo cadere, devono arretrare. L’Occidente esulta, comprensibilmente. Dimenticando però che quello ucraino è, già in quel momento, il più forte e combattivo d’Europa. Per colpa del lungo conflitto a bassa intensità nel Donbass (2014-2022) e per merito del predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, che aveva investito fino al 6% del Pil nelle forze armate (e l’Ucraina, con la Moldavia, era il Paese più povero d’Europa) e aveva molto lavorato per far crescere la collaborazione conta Nato.

Da lì in avanti, di nuovo, bisognerebbe distinguere tra lo stratega e il tattico. Il primo ha forse perso delle occasioni, soprattutto quando la Russia, mancato il primo capo del KO, dopo i primi mesi di guerra si era disposta al negoziato. In malafede? Chiedendo troppo? Questo è quanto dicono Zelensky e gli occidentali. Ma dopo quattro anni di guerra l’equazione non è cambiata: i nodi sono sempre il Donbass, la Nato, la centrale di Zaporizhzhya, proprio come quattro anni fa. Il Cremlino non si è spostato di un millimetro. E nel frattempo l’Ucraina ha dovuto affrontare distruzioni e perdite che forse (forse, nessuno può esserne certo) potevano essere minori e per le quali potrebbe cessare di esistere, anche e soprattutto dal punto di vista demografico (attuale tasso di natalità: meno di un figlio per donna). Sempre parlando di tattica: silurare il generale Valery Zaluzhny dopo la fallita offensiva del 2022-2023 (lanciata e fallita anche perché inquinata dai bisogni “politici” di Zelensky e dei suoi) non è certo stato con colpo di genio.

Il tattico, però, è stato ammirevole. Zelensky è sempre riuscito a giocare tra Usa ed Europa, sfruttando l’interesse globale degli uni (contrastare la Russia e dividerla per sempre dall’Europa) e la paura dell’altra, quasi mettendoli in competizione per aiutare l’Ucraina. Ancor più quando gli Usa sono cambiati e l’impegno europeo è diventato il contrappeso al disimpegno americano. Dopo quattro anni di difficoltà spaventose, Zelensky è riuscito a tenere a bada Trump e, a Davos, con una mano incassare 90 miliardi di prestito Ue e con l’altra prendere a schiaffoni la stessa Ue, accusandola di non avere gli attributi e di non aiutare abbastanza l’Ucraina. Un capolavoro.

Questo abbozzo di ritratto può sembrare non troppo generoso per colui che, per milioni di persone non solo ucraine, è l’eroe del nostro tempo. Ma c’è una guerra e in questi casi sentimentalismo e tifo non devono trovar posto. Zelensky ha resistito per quattro anni in condizioni spaventose e sotto pressioni terribili, convogliando l’attenzione del mondo sulle sorti del proprio Paese. Comunque l’abbia fatto, è un merito che nessuno può togliergli. Oggi non dobbiamo chiederci se Zelensky sia stato “bravo” o no, perché la risposta può essere solo sì. La vera domanda, oggi, è: il presidente della guerra sarà anche il presidente che gli ucraini vorranno per la pace ? O dietro la sagoma di Zelensky si affaccia nella più corpulenta di Winston Churchill? Ci risponderanno, al momento opportuno, gli ucraini.

Di Fulvio Scaglione. (Inside Over)

Recevez notre newsletter et les alertes de Mena News


À lire sur le même thème