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Chi è Brad Cooper, l’ammiraglio-innovatore che potrebbe guidare l’attacco all’Iran

(Roma, 22 février 2026). Mentre Donald Trump ordina il consolidamento dello schieramento militare statunitense nei pressi dell’Iran, il Comando Centrale degli Stati Uniti valuta tutte le opzioni sotto la guida dell’ammiraglio Brad Cooper, 59 anni, l’uomo che guida le operazioni di Centcom e si troverebbe a gestire un’eventuale operazione militare contro la Repubblica Islamica.

Chi è Brad Cooper

Primo uomo della United States Navy a comandare la struttura americana responsabile del Medio Oriente dai tempi di William J. Fallon nel 2008, Cooper ha preso l’incarico dopo l’uscita dal servizio di Michael Kurilla, suo predecessore e responsabile dell’attacco ai siti nucleari del giugno 2025. Rispetto a Kurilla, di cui era palese la vicinanza agli apparati militari israeliani e notevolmente visibile l’impronta interventista, Cooper è uomo pienamente operativo, dal profilo più basso e in questa fase si trova a dover ponderare molte opzioni.

Per l’uomo di Marina nativo di Salem, Carolina del Nord, alumno dell’Accademia Navale degli Stati Uniti, della National Intelligence University e di Harvard, potrebbe arrivare la prova più critica di una lunga carriera iniziata 36 anni fa e che lo ha portato a servire come ufficiale della Marina nella Guerra del Golfo, in Kosovo e in Afghanistan tra gli Anni Novanta e gli Anni Duemila e, più di recente, a guidare nel 2024 le forze navali dell’Operazione Prosperity Guardian e dell’Operazione Poseidon Archer contro gli Houthi yemeniti in qualità del ruolo di comandante della Quinta Flotta Usa assunto nel 2021.

Dall’agosto scorso il salto per guidare il comando combattente con base a Tampa, Florida. Inizialmente, Cooper si era presentato come innovatore. L’ex aiutante di bandiera del comandante della portaerei USS Dwight D. Eisenhower e comandante del caccia torpediniere USS Russel e dell’incrociatore Uss Gettysburg ha mirato a presentarsi come un innovatore.

Il comandante di Centcom e le sue sfide

Nell’udienza di conferma al Congresso ha ritenuto importante indicare nella digitalizzazione dei comandi e nell’uso dell’intelligenza artificiale nelle unità una priorità, perché, ha detto, “avendo comandato la prima task force di intelligenza artificiale e senza pilota della Marina, conosco molto bene le capacità presenti nel settore tecnologico d’élite americano. Credo che dobbiamo sfruttare al massimo quel settore tecnologico e fornirlo nel più breve tempo possibile, perché potremmo fare di più”.

Inoltre, ha sottolineato la volontà di “lanciare nuove iniziative che migliorino la nostra superiorità attraverso l’impiego di tecnologie all’avanguardia, tra cui piattaforme senza pilota basate sull’intelligenza artificiale e l’integrazione digitale”. La realtà è stata ben più prosaica e Cooper ha dovuto supervisionare un consolidamento navale senza precedenti dalla guerra Usa-Iraq del 2003 sul piano aereo e navale in un quadro strategico enormemente mutato.

Oggi, Cooper guida la più importante concentrazione di naviglio militare mai messa in campo dagli Usa dall’attacco a Saddam Hussein, e se alla Uss “Abraham Lincoln” si aggiungessero le portaerei “Gerald Ford” e “George H. W. Bush” con i rispettivi gruppi d’attacco, sarebbe la flotta operativa più vasta dalla guerra in Vietnam.

Al contempo, si tratta di una potenza che ha alle spalle la potenziale minaccia della deterrenza missilistica e dronistica iraniana in caso di conflitto diretto con Teheran. Dunque un’emblema dell’ambivalenza della predominanza militare americana, sfidata da strumenti asimmetrici. Va da sé che, di conseguenza, l’assertiva catena di invio di mezzi militari nella regione abbia come contraltare la sostanziale cautela nel loro schieramento nei pressi di Teheran.

Cooper, militare e diplomatico

Cooper sta dimostrando un approccio meno assertivo di Kurilla, ed è un proconsole regionale che sembra orientato innanzitutto a ridurre i rischi qualora da Washington arrivasse l’ordine di colpire.

Significativamente, ha partecipato ai primi colloqui indiretti con l’Iran, a Mascate, capitale dell’Oman, il 6 febbraio scorso. Un test a cavallo tra strategia e diplomazia che segue di poche settimane un’analoga prova diplomatica compiuta dialogando con la Turchia e la Siria per l’integrazione delle Forze Democratiche Siriane (Sdf) a guida curda nel nuovo esercito di Damasco. Cooper ha potuto toccare con mano equilibri geopolitici in cui non sono più solo gli Usa e Israele a decidere, dando le carte, gli equilibri regionali

Una presa di consapevolezza che di per sé pone dubbi sul potenziale risolutivo di un’azione militare che, nelle estreme conseguenze, si troverebbe a dover comandare. A dimostrazione del grande e perenne dilemma dei militari americani di punta. Proconsoli di un impero che decide dal centro dinamiche potenzialmente esplosive per le sue periferie. Oltre che per l’ordine globale.

Di Andrea Muratore. (Inside Over)

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