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Iraq : il ritorno di Nouri al Maliki spacca gli sciiti e riapre il fronte USA-Iran

(Roma, 17 febbraio 2026). Si moltiplicano parallelamente le ipotesi di figure considerate meno polarizzanti come il ministro della Salute Saleh al Hasnawi e il direttore dell’Agenzia di sicurezza nazionale Abu Ali al Basri

A quasi 23 anni dalla caduta di Saddam Hussein, l’Iraq si ritrova ancora una volta a negoziare la nascita di un nuovo governo, il nono dell’era post-2003. Ma questa volta lo stallo non è solo il frutto delle consuete trattative tra partiti: sul tavolo si intrecciano divisioni interne al fronte sciita, pressioni statunitensi, timori di sanzioni economiche e l’ombra sempre presente del confronto tra Washington e Teheran. Al centro del dibattito c’è il possibile ritorno di Nouri al Maliki, già primo ministro dal 2006 al 2014, figura potente e divisiva che oggi aspira a un terzo mandato.

Per comprendere la crisi occorre partire dall’assetto politico iracheno nato dopo l’invasione statunitense del 2003. Il sistema si regge su un equilibrio confessionale non scritto: il primo ministro è espressione della maggioranza sciita, che rappresenta circa il 60 per cento della popolazione; la presidenza della Repubblica spetta tradizionalmente a un curdo; la presidenza del Parlamento a un esponente sunnita. Gli sciiti, storicamente marginalizzati sotto Saddam Hussein, hanno assunto il controllo politico del Paese, ma al loro interno convivono correnti diverse, alcune più vicine all’Iran, altre più pragmatiche nei rapporti con gli Stati Uniti. È in questo spazio che oggi si gioca la partita decisiva.

La candidatura di Al Maliki era stata inizialmente sostenuta da gran parte del cosiddetto “quadro di coordinamento”, l’alleanza dei principali partiti sciiti che controlla la maggioranza parlamentare. Tuttavia, negli ultimi giorni, il fronte si è incrinato. Dopo dichiarazioni critiche provenienti dagli Stati Uniti e segnali di possibile irrigidimento sul piano finanziario, alcune forze sciite hanno iniziato a riconsiderare il sostegno al suo nome. L’Iraq è infatti un Paese fortemente dipendente dal sistema finanziario in dollari e dai meccanismi bancari internazionali: un deterioramento dei rapporti con Washington potrebbe tradursi in restrizioni sui flussi di valuta e in ripercussioni economiche immediate. In altre parole, le relazioni economiche con gli Stati Uniti non sono un optional ma una necessità reale per evitare la bancarotta.

Parallelamente, si moltiplicano le ipotesi di un “piano B”. Tra i nomi che circolano figurano quelli del ministro della Salute Saleh al Hasnawi e del direttore dell’Agenzia di sicurezza nazionale Abu Ali al Basri, figure considerate più tecniche e meno polarizzanti. Il fatto stesso che si discuta di alternative segnala quanto il consenso su Al Maliki si sia assottigliato. Alcuni partiti hanno perfino ventilato la possibilità di sciogliere il Parlamento per uscire dall’impasse, mentre altri cercano soluzioni di transizione che consentano al governo uscente di continuare a operare con strumenti straordinari, come una legge speciale per finanziare le spese essenziali in assenza di bilancio, sul modello di quanto avvenuto nel 2022. Una strada che i critici definiscono un aggiramento della Costituzione.

Sul fondo, pesa la variabile regionale. L’Iraq si trova in una posizione geopolitica delicatissima: confina con l’Iran, con la Siria, con la Turchia e con i Paesi del Golfo, ed è storicamente terreno di confronto indiretto tra Washington e Teheran. Molti osservatori a Baghdad ritengono che l’esito delle tensioni tra Stati Uniti e Iran influenzerà direttamente la formazione del nuovo esecutivo. Alcuni esponenti curdi hanno persino suggerito che il Parlamento stia di fatto rallentando i lavori in attesa di capire come evolverà il confronto tra il presidente statunitense Donald Trump e la leadership iraniana. In caso di escalation regionale, un Iraq senza un governo pienamente operativo rischierebbe di trovarsi in una posizione estremamente vulnerabile.

A rendere più complessa la situazione è il fatto che la leadership sciita irachena, pur considerata vicina a Teheran, deve fare i conti con una realtà economica che lega il Paese agli Stati Uniti e ai mercati occidentali. L’Iraq vive quasi esclusivamente delle sue esportazioni petrolifere, denominate in dollari, e ogni frizione con Washington può avere effetti immediati sui flussi finanziari e sulla stabilità interna. Questa doppia dipendenza — politica dall’Iran, finanziaria dagli Stati Uniti — spiega la cautela crescente e le divisioni nel campo sciita.

Nel frattempo, l’opinione pubblica osserva con crescente scetticismo. Dopo nove governi in poco più di due decenni, molti analisti iracheni sottolineano che il problema non riguarda soltanto il nome del prossimo primo ministro, ma la struttura stessa del sistema politico: un’economia eccessivamente dipendente dal petrolio, reti clientelari radicate, milizie armate con influenza politica, istituzioni ancora fragili. Il rischio, secondo alcuni commentatori, è che si ripeta lo stesso schema per la nona volta, con nuovi equilibri di potere ma senza un vero cambio di paradigma.

In questo contesto, la possibile nomina del nuovo premier non è solo un passaggio formale. È un test sulla capacità dell’Iraq di gestire le proprie divisioni interne senza farsi travolgere dalle pressioni esterne. Dopo 23 anni di transizione, il Paese resta formalmente sovrano ma ancora esposto agli equilibri regionali e internazionali. Il nono governo post-Saddam dovrà nascere in un momento in cui il fronte sciita non è più compatto e in cui ogni decisione interna viene letta anche alla luce del confronto tra Washington e Teheran. Ed è proprio questa intersezione tra dinamiche domestiche e tensioni globali a rendere l’attuale crisi politica particolarmente delicata.

(Nova News)

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