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Iran, il rodeo dei negoziati : USA ambigui, Turchia ottimista, Europa assente. E Israele osserva

(Roma, 16 febbraio 2026). Proseguono i negoziati per un accordo nucleare Usa-Iran, con il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi che rimane il volto di punta della Repubblica Islamica su mandato del presidente Masoud Pezeshkian e che martedì 17 febbraio sarà a Ginevra per partecipare ai nuovi colloqui coordinati dall’Oman con gli inviati di Washington, Jared Kushner e Steve Witkoff. Mascate farà da regista, la sede sarà svizzera per il contemporaneo svolgersi dei dialoghi con Russia e Ucraina che assorbiranno la diplomazia americana. E si inizieranno a veder le carte delle potenze in campo.

Gli USA rafforzano lo schieramento militare

Il quadro è complesso. Teheran negozia mentre non è ancora chiaro l’impatto della repressione delle proteste di fine dicembre e inizio gennaio che hanno suscitato l’ira degli Usa e dell’Occidente ma in un contesto in cui a lungo le rivendicazioni dell’opposizione iraniana non sono state considerate dalla diplomazia a stelle e strisce. Ieri, però, è stato Donald Trump a riportare in campo il tema invocando il fatto che il regime change sarebbe “la scelta migliore” per l’Iran.

Tutto questo mentre il gruppo d’attacco della portaerei “Gerald Ford”, schierato a lungo vicino alle coste del Venezuela, sta raggiungendo il Golfo Persico per sommarsi a quello della Uss Abraham Lincoln che vi opera già da diverse settimane per aumentare la pressione militare americana. L’Iran ha minacciato che, se attaccato, risponderà sulle basi americane nel Medio Oriente, mentre il segretario di Stato Marco Rubio dice che un accordo resta la scelta migliore per gli Usa.

Israele e Turchia, posizioni contrastanti sull’Iran

Da valutare la posizione di Israele: il primo ministro Benjamin Netanyahu ha compiuto una missione-lampo negli Usa per cercare di pressare Trump ad alzare dal nucleare al campo balistico, degli armamenti e del sostegno agli alleati la pressione politica sull’Iran per un accordo, apparentemente senza successo. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano Ali Larijani accusa Israele di voler sabotare i negoziati mentre una riedizione della guerra dei dodici giorni di giugno 2025 resta sullo sfondo, nonostante Tel Aviv debba ponderare bene la sua preparazione, soprattutto difensiva, a un nuovo conflitto.

Chi continua a spingere per un accordo è la Turchia, in prima linea per riportare Usa e Iran al tavolo delle trattative ed evitare la guerra. Ankara, per mezzo del presidente Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri Hakan Fidan, ammonisce dei rischi del caos in Iran dall’inizio delle proteste.

Fidan ha detto al Financial Times nella giornata di giovedì 12 febbraio che Washington ha mostato “flessibilità” sulla de-nuclearizzazione dell’Iran e sulla possibilità di concedere a Teheran gli spazi di arricchimento dell’uranio concessi dal Trattato di non Proliferazione per fini civili, aggiungendo che “gli iraniani ora riconoscono la necessità di raggiungere un accordo con gli americani, e gli americani capiscono che gli iraniani hanno dei limiti”. L’obiettivo resta il ritorno a uno scenario simile a quello del 2015, quando il presidente Hassan Rouhani e il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif negoziarono l’accordo con gli Usa, l’Unione Europea, la Russia e la Cina per il controllo della proliferazione nucleare.

Araghchi sferza l’Europa

Trump ha rottamato l’accordo (Jcpoa) nel 2018, e oggi chi sembra escluso dai giochi negoziali è proprio il mondo europeo, che sul caso Iran ha scelto consapevolmente di non toccare palla. Araghchi lo ha scritto su X. Ritiene “disastrosa” la rotta europea.

I Paesi del formato E3 (Francia, Germania e Regno Unito), secondo Araghchi, “appaiono confusi, incapaci di capire cosa succede in Iran”, e per il capo diplomatico di Teheran “l’Europa che un tempo era un interlocutore chiave adesso è scomparsa”. Ben più efficace, per Araghchi, il ruolo dei Paesi della regione, definiti, ed è una novità, “amici”. Paesi come Turchia e Arabia Saudita, storicamente rivali di Teheran, o i mediatori Qatar e Oman ora appaiono più acco,unati all’Iran nel nome dell’obiettivo comune di evitare una guerra. Mentre l’Europa sembra retrocessa, per sua stessa scelta, in una periferia diplomatica sconfortante. E sul caso Iran è semplicemente irrilevante.

Di Andrea Muratore. (Inside Over)

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