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Prima l’ombrello difensivo : così gli USA si preparano a uno scontro con l’Iran

(Roma, 06 febbraio 2026). Dalla fine di gennaio cresce la presenza militare statunitense in Medio Oriente, con il trasferimento e dispiegamento operativo di sistemi di difesa aerea stratificata, inclusa la loro integrazione nella rete C2 regionale. Sui colloqui tra Teheran e Washington pende la spada di Damocle di un possibile intervento statunitense.

Il bildup militare USA in Medio Oriente

Non tutte le crisi nascono da azioni offensive. Anzi, talvolta hanno avuto inizio con l’adozione di misure difensive. Quando nel maggio-giugno 1962 aerei di ricognizione USA rilevarono le installazioni di sistemi terra-aria S-75 sovietici a Cuba, il Pentagono intuì si trattasse di misure a protezione di successive installazioni di sistemi superficie-superficie, come i missili balistici a medio raggio R-12 e R-14. La crisi che ne scaturì è fin troppo nota. Quella in Medio Oriente, oggi, ancora in corso.

A partire dal 22 gennaio, gli ultimi spostamenti in Medio Oriente della cosiddetta “Armada” USA hanno riguardato una serie di piattaforme aeree e navali distribuite in diversi Paesi e aree strategiche.

In Arabia Saudita, presso la base di Al Kharj, e negli Emirati Arabi Uniti, ad Al Dhafrah, operano velivoli da comunicazioni avanzate, come gli EA-11A BACN (Battlefield Airborne Communications Node), che garantiscono collegamenti sicuri e continui tra le forze dispiegate. Sempre ad Al Dhafrah sono stati schierati anche i MQ-4C Triton, droni ad alta quota e lunga autonomia per missioni di sorveglianza e ricognizione, con quattro unità attive.

A Awali, in Bahrain, sono stati collocati tre velivoli per la ricognizione, mentre ad Al Udeid, in Qatar, operano aerei specializzati come il P-8A Poseidon e il RC-135V, entrambi impiegati per missioni di sorveglianza marittima e raccolta di intelligence.

Sul piano navale, nel Mar Arabico settentrionale e nel Mar Rosso, il Lincoln Carrier Strike Group comprende la portaerei USS Abraham Lincoln, supportata dai cacciatorpediniere USS Frank E. Petersen Jr., USS Michael Murphy e USS Spruance, insieme a una varietà di velivoli imbarcati: F/A-18E Super Hornet multiruolo, EA-18G Growler per guerra elettronica, E-2 Hawkeye per l’allerta precoce, F-35C Lightning II, e elicotteri da combattimento MH-60S e MH-60R Sea Hawk.

Nel Golfo Persico sono attivi anche diversi Littoral Combat Ship, tra cui USS Santa Barbara, USS Tulsa e USS Canberra, mentre nello Stretto di Hormuz sono schierati i cacciatorpediniere USS McFaul e USS Mitscher, per garantire una copertura navale estesa e la capacità di risposta rapida in caso di escalation regionale.

Presso la base USA di Al Udeid, in Qatar – la stessa presa di mira dalla rappresaglia missilistica iraniana nel giugno 2025 – sono apparsi nuovi sistemi di difesa aerea THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e Patriot, rispettivamente per la difesa ad alta quota e la difesa a medio-bassa quota contro missili tattici, balistici e minacce aeree a corto raggio.

Come ha osservato sul Wall Street Journal Seth Jones, un ex funzionario del Dipartimento della Difesa, “è costoso spostare Patriot e THAAD: la probabilità che vengano utilizzati inizia ad aumentare”.

Ma per Washington servono più THAAD e Tomahawk

Proprio mentre lo scorso 30 gennaio il Pentagono notificava la richiesta di acquisto di 730 missili Patriot Advanced Capability-3 Missile Segment Enhancement (PAC-3 MSE) da parte dell’Arabia Saudita, gli Stati Uniti approvano un piano per quadruplicare la disponibilità annua di missili THAAD.

L’azienda statunitense Lockheed Martin ha firmato un accordo quadro storico con il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti (DoW) per espandere la produzione di intercettori THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) da 96 a 400 unità all’anno. Un incremento industriale che segnala un passaggio del Pentagono verso una produzione di difesa strategica su larga scala e sostenuta.

Un obbiettivo ambizioso. Come ricordavamo su queste colonne, l’inteso impiego di missili intercettori durante la guerra dei dodici giorni avrebbe bruciato il 25% delle scorte di THAAD americane e una parte significativa dei nostri depositi di SM-3.

Non solo, la stessa fornitura di missili da crociera Tomahawk, che possono essere utilizzati dai cacciatorpedinieri della Armada attualmente dispiegata in Medio Oriente, sconta un grave ritardo nei ritmi di produzione. Dal 2022, l’esercito USA statunitense avrebbe infatti esaurito in cinque anni le scorte di Tomahawk di 15 anni.

Il breve conflitto con l’Iran dello scorso giugno ha dimostrato come, in caso di confronto militare con Teheran, l’ambiente non sia affatto permissivo, con elevati costi economici e operativi che sono al vaglio del Pentagono. Quali che siano le intenzioni della presidenza Trump – tra le “molte opzioni” che avrebbe riferito la portavoce Anna Kelly a inizio gennaio – è certo che un’eventuale intervento sottoporrà a forte pressione la catena di produzione militare USA.

Di Davide Ragnolini. (Inside Over)

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