(Roma, 04 febbraio 2026). Nelle ultime settimane alcuni leader occidentali hanno iniziato a riconoscere – seppur con notevole ritardo – ciò che da tempo era evidente: l’ordine internazionale è entrato in una fase di rottura, più che di graduale transizione.
Le dichiarazioni rilasciate a Davos dal primo ministro canadese Mark Carney sono emblematiche. Carney ha parlato di un sistema che si sta spezzando sotto il peso delle proprie contraddizioni, tra cui la perdita dell’integrazione come fonte di prosperità condivisa e di sicurezza collettiva. Questo riconoscimento è significativo proprio perché proviene dal cuore dell’establishment occidentale e da Davos stesso, a lungo associato alla narrazione della globalizzazione come gioco a somma positiva.
Questa consapevolezza, tuttavia, arriva tardi. E tende a oscurare un fatto centrale, che Carney solo indirettamente suggerisce: il mondo dal quale l’Occidente ha tratto i maggiori benefici negli ultimi decenni era strutturalmente distorto. La globalizzazione non ha prodotto solo integrazione e crescita, ma ha approfondito le disuguaglianze – anche all’interno delle stesse società occidentali – e alimentato un lungo processo di deindustrializzazione che ha indebolito capacità produttiva, occupazione e coesione sociale in molte aree del pianeta. La crisi dell’ordine internazionale non nasce nel vuoto, dunque, ma affonda le proprie radici nelle contraddizioni interne di quel modello.
Le ragioni dell'(inevitabile) declino
Il precedente ordine globale si è retto anche sull’uso della forza militare, che ha svolto un ruolo centrale nel suo mantenimento. Negli stessi anni in cui la globalizzazione veniva celebrata come un bene universale, interventi Nato e strategie di regime change venivano ripetutamente implementate, in particolare contro paesi che cercavano di ridurre la propria dipendenza dal dollaro e dalla finanza occidentale, usata come arma di dominio. Parallelamente, le istituzioni chiamate a governare la globalizzazione – in primis l’Organizzazione mondiale del commercio, ma sempre più anche le Nazioni Unite – sono state progressivamente svuotate. Un esito di scelte politiche deliberate, soprattutto da parte degli Stati Uniti e via via replicate da un’Europa subordinata.
Con l’ascesa di nuove potenze – prima fra tutte la Cina – l’Occidente ha progressivamente perso leve fondamentali di controllo. Decenni di deindustrializzazione hanno eroso la capacità di innovazione e indebolito la sua posizione nelle catene globali del valore. L’influenza sul commercio internazionale e la capacità di indirizzare la globalizzazione a proprio vantaggio si sono ridotte.
Di fronte a questa perdita di centralità, la risposta non è stata l’adattamento, ma la rigidità: chiusura difensiva, coercizione economica e ripetuti tentativi di reimporre condizioni che non esistono più. Il paradosso è che oggi è proprio l’Occidente a minare le regole e le istituzioni che aveva costruito nel secondo dopoguerra, ritirandosi nel momento in cui non riesce più a controllare la globalizzazione.
Il risultato è un mondo sempre più resistente a ogni ordinamento egemonico e chiaramente entrato in una fase di shock sistemico. L’Occidente appare progressivamente isolato, agendo in modo spesso contraddittorio e strategicamente confuso. È proprio questo stallo a dare senso agli sviluppi diplomatici più recenti. In tale contesto, la nuova ondata di visite occidentali a Pechino è indicativa: riflette una realtà strutturale, ovvero che la Cina è diventata indispensabile.
Verso uno schock sistemico ?
Si tratta, in sostanza, del riconoscimento del fallimento della strategia di isolamento della Cina, che non ha indebolito Pechino, mentre ha imposto costi crescenti alle economie europee in termini di export, investimenti e catene del valore. Allo stesso tempo, ha accelerato l’integrazione Sud-Sud in Asia, Medio Oriente e America Latina, rendendo l’Occidente sempre più dipendente dal resto del mondo senza disporre di reali leve.
Ciò che sta emergendo è un passaggio da una lettura moralizzata delle relazioni internazionali – spesso utilizzata come copertura di politiche di dominio – a una valutazione materiale e strutturale dei rapporti di potere, in cui l’Occidente non è più nella posizione di guida.
Questo spiega perché il riavvicinamento avvenga ora. Da un lato, la Cina si è dimostrata insostituibile sia come mercato sia come polo produttivo avanzato, mentre le catene di approvvigionamento “alternative” promosse negli ultimi anni non hanno superato la prova della scala e dell’efficienza.
In un contesto di stagnazione industriale europea, recidere i legami con Pechino significherebbe ridurre ulteriormente i margini di manovra economica. Anche il premier britannico Starmer lo ha riconosciuto apertamente nel corso della sua recente visita in Cina. Dall’altro lato, il sistema internazionale opera già in una forma policentrica. La Russia sanzionata non collassa; l’Iran isolato si integra in circuiti regionali; la Cina, sottoposta a pressione, rafforza quadri multilaterali e architetture finanziarie alternative.
Alla ricerca di un’alternativa
La crisi di credibilità del cosiddetto ordine internazionale “basato sulle regole” rafforza ulteriormente questa dinamica. Applicato in modo selettivo, accompagnato da guerre presentate come difesa dei valori e da sanzioni trasformate in strumenti ordinari di politica estera, questo ordine diventa sempre più difficile da difendere anche per quei governi europei che un tempo ne avevano beneficiato.
Le visite occidentali a Pechino non vanno quindi lette come un riallineamento geopolitico, ma come un tentativo di recuperare margini di autonomia negoziale: riattivare canali economici, separare parzialmente le relazioni economiche dalle logiche di sicurezza ed evitare l’intrappolamento in dinamiche rigide di blocco. È un ritorno a una diplomazia fondata sugli interessi e non necessariamente a una pacificazione ideologica.
La reazione di Donald Trump a questi segnali è rivelatrice. Invece di adattarsi, radicalizza. Rifiuta la gestione multilaterale del sistema internazionale, interpreta l’apertura europea verso la Cina come un atto di insubordinazione e risponde con nuove minacce tariffarie e una retorica sempre più securitaria nei confronti di Cina, Iran e del commercio internazionale in generale. Questa postura non è soltanto comunicazione elettorale: riflette una contraddizione strutturale più profonda.
Gli Stati Uniti hanno bisogno di alleati, ma continuano a trattarli come subordinati. Cercano di contenere la Cina, ma non dispongono più dei mezzi economici per farlo senza costi proibitivi. Trump incarna questa contraddizione nella sua forma più pura: una potenza che conserva capacità coercitive ma ha perso un progetto ordinatore. È per questo che l’Europa sperimenta forme di parziale sganciamento senza dichiararlo apertamente, che la Cina evita lo scontro diretto e assorbe la pressione, e che gran parte del mondo non occidentale si organizza in modo sempre più autonomo.
Un ordine a guida statunitense, che non riesce più a coordinare nemmeno il comportamento dei propri membri, segnala un cambio di fase del sistema-mondo. Le opzioni ora sono chiare. L’adattamento, opzione più costruttiva, implicherebbe il riconoscimento della fine della gerarchia unipolare, l’accettazione di un mondo caratterizzato da una pluralità di potenze e la costruzione di regole condivise fondate su relazioni tra eguali e su una cooperazione autentica. Mentre la rottura permanente significherebbe invece ripiegamento, coercizione economica, partenariati selettivi e un ricorso crescente alla forza come surrogato di un’influenza perduta. Finora, l’Occidente ha scelto prevalentemente la seconda strada – perché resta riluttante a mettere in discussione le premesse di un ordine che per decenni ha garantito vantaggi sproporzionati. Il paradosso è che questa incapacità di adattamento rischia di trasformare una perdita relativa di centralità in un declino accelerato, moltiplicando instabilità e conflitti.
In un mondo che non può più essere ordinato attraverso vecchie architetture di dominio, la linea di frattura decisiva passa tra chi è in grado di riconoscere il cambiamento storico e chi continua a combatterlo con strumenti di potere ormai obsoleti. Come spesso accade nei grandi snodi della storia, sarà questa scelta – più che la forza residua – a determinare chi riuscirà ad attraversare la rottura senza esserne travolto.
Di Fabio Massimo Parenti. (Inside Over)